Keith Jarrett, lo sciamano – Luca Ferreri

 

Keith Jarrett è forse uno dei più interessanti fenomeni musicali degli ultimi trent’anni. La sua poliedricità, la naturalezza con cui è capace di passare da un genere musicale all’altro e la vastità dei suoi orizzonti culturali lasciano esterrefatti. Ma soprattutto Jarrett ha rivoluzionato il modo di concepire il pianismo tradizionale: con il suo personale approccio alla tastiera, ha indicato nuove vie interpretative a tutti coloro che si sono accostati allo studio del pianoforte, sia esso inteso in senso tradizionale che non. I suoi concerti in solo, oggi come oggi eventi epocali data la loro rarità, sono dei veri e propri trips pianistici in cui egli assume il ruolo di uno “sciamano”, agitandosi e gemendo di fronte alla tastiera come se fosse posseduto da qualche demone. D’altro canto, la sua ormai leggendaria gestualità, seppur carica di significati, rischia di abbagliarci e di portarci a non considerare aspetti ben più profondi della sua complessa personalità d’artista: primo fra tutti, la sua prodigiosa abilità nell’improvvisazione, sia su standards che ex novo. E’ lui stesso a dire, nella lunga intervista rilasciata a Kunihiko Yamashita e contenuta nel volume “Keith Jarrett – Il mio desiderio feroce, conversazioni con Kunihiko Yamashita”, Edizioni Socrates, 1994:

“Le migliori improvvisazioni che io conosca sono quelle che vengono quando non ho nessuna idea”.

Fondamentale importanza assume, perciò, la cellula tematica iniziale del concerto, dalla quale tutto il resto scaturisce, quasi fosse unamiracolosa fonte sorgiva: e i trapassi, a volte repentini, a volte preparati minuziosamente, da un episodio all’altro fanno comprendere quanto ricca sia la sua fantasia. L’ormai notissimo “The Koln Concert” del 1975 rimane una pietra miliare della musica contemporanea (non solo jazz): per quanto se ne sia discusso, questo concerto continua ad apparire ancora oggi enigmatico, più che per la sostanza musicale in se stessa, per il significato che esso riveste. “The Koln Concert” è come un grande calderone sonoro, contiene al suo interno un’enorme quantità di generi musicali diversissimi: è jazz, ma anche minimalismo, musica colta contemporanea, forse precursore di certe atmosfere sospese tipiche della musica New Age. Questo vale in linea di massima per tutti i suoi concerti in solo, dall’eccelso “Bremen – Lausanne” del 1973, al ciclopico sforzo discografico rappresentato dai cinque concerti consecutivi tenuti in Giappone nel 1976, i “Sun Bear Concerts”, fino ai più recenti “Paris Concert” del 1988, “Vienna Concert” del 1991 e “La Scala” del 1995, a tutt’oggi l’ultimo concerto in solo riprodotto su CD del pianista americano. Ma la sua straordinaria attività di solista non ci deve far dimenticare quella parallela e non meno importante di carismatico bandleader. L’enorme quantità di materiale registrato con le sue varie formazioni rischia di confonderci. Si può comunque affermare che il suo lavoro in gruppo ha subito una lenta e graduale trasformazione nel tempo: circondato di volta in volta da elementi del calibro di Paul Motian, Dewey Redman, Jan Garbarek, fino ai recenti e fedeli Jack Dejohnette e Gary Peacock (suoi attuali compagni nella formazione in trio), Jarrett è riuscito sempre a distinguersi per la freschezza, l’intensità e l’originalità delle sue composizioni (un esempio su tutti, “Expectations” LP registrato con il suo gruppo americano del 1972). Il suo trio oggi rappresenta il vertice della cultura dell’improvvisazione e della rivisitazione degli standards, fondendo i pregi della tradizione jazzistica americana con elementi della ricerca europea. Pescando nel mare magnum delle songs americane, Jarrett – Peacock – Dejohnette ripensano, trasfigurano, ripresentano temi arcinoti filtrandoli attraverso le loro personali sensibilità e infondendo loro nuova linfa: attraverso questo lavoro, si ha l’opportunità di mettere in rilievo ogni volta in uno stesso standard aspetti diversi e fino ad un istante prima sconosciuti. Processi di sovrapposizione tematica, “insabbiamento” della linea melodica mediante la sola esplicitazione delle armonie fondamentali, dilatazione dei tempi, momenti di pura improvvisazione: il concetto di “variazione”, come modello “alto” della tradizione classica europea, applicato all’improvvisazione tipica della cultura musicale afro – americana.

Mai America ed Europa sono stati così vicini.

 

 

Luca Ferreri

 

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