Solo contro tutti.

Keith Jarrett Solo Improvisation

Roma, 7 novembre 2004

Tre metri. Tre metri sono la distanza giusta per capire. I tre metri che mi separavano da Keith Jarrett domenica sera a all’auditorium di Roma.

Per la squisita cortesia di Mirco Merlo, www.keithjarrett.it, avevo il posto numero 2.
E da lì, ho visto un concerto che difficilmente avrei visto già solo dalla quarta o quinta fila. Con i dettagli che mi hanno fatto costruire una interpretazione che adesso vi dico. Liberi voi di farla a pezzi.

L’Auditorium è bellissimo, fuori. Anzi, tutto quanto è bellissimo, se ci arrivi dopo una attesa di anni, i nove da quando Jarrett non si esibisce più in solo, e tutti gli altri perché io ai suoi solo non ero mai riuscito ad andare. Anche se li ho sentiti e strasentiti tutti quanti. Ma da vicino è un’altra cosa. Specialmente così vicino.

Alle cinque del pomeriggio i jarrettiani del forum italiano sono già lì, al bar, con i cappellini rossi Jarrett Solo Tour. Sono fantastici. La loro passione è commovente e contagiosa. Parlo con Mirco, Gianluigi, Corrado, Dirk, poi incontro anche Francesco Ragni che ho conosciuto via mail sul forum di Yahoo. Non c’è modo migliore di avvicinarsi al concerto.

L’Auditorium è bellissimo, dentro. Tutto in legno di pero, in linee sinuose, le poltrone di velluto rosso, le luci giuste, la disposizione del pubblico anche dietro il palco straordinaria. Lo Steinway, preparato da Fabbrini, campeggia in un palco immenso. I microfoni di Manfred Eicher ficcati dentro come spine.

La sala si riempie pian piano, un mio amico che è arrivato senza biglietto e ha aspettato fino all’ultimo è entrato con 8 euro. Fede premiata.

Arriva qualche vip. Uno del duo Ale a Franz in quarta fila. Lucio Dalla in quinta. Alle nove meno cinque arriva Veltroni con codazzo e si siede al centro della platea.

Le luci si attenuano verso le nove e dieci. L’atmosfera è carica di tensione. Uno tenta di applaudire per affrettare il rito, e viene zittito. Silenzio irreale. Luci ancora più basse. Tutti guardano le due entrate laterali. All’ultimo momento, una giovane donna viene accompagnata al suo posto, verso la fila 10 sulla sinistra. Dirk mi dice che è la seconda moglie di Jarrett, e prende sempre la stessa sedia.

Due minuti dopo, un applauso scrosciante. Dalla porta a destra è entrato Jarrett. Magrissimo, vestito di nero, con un gilet color avorio a disegni decorativi, occhialini scuri, snickers di tela nere, baffetti e taglio corto da ufficiale dei marine.

Ringrazia il pubblico con un sobrio inchino, e visto che l’applauso prosegue, fa finta di andarsene, dicendo ‘It’s over’. Ma poi si siede. Non sembra di cattivo umore.

Si china sul piano, dopo qualche secondo di raccoglimento, e inizia a suonare. Un inizio difficile, intricato, sofferto. Nessuna melodia percepibile. Echi schonberghiani, Shostakovich. Ne’ una struttura armonica, né una ritmica o melodica su cui improvvisare. Una ricerca difficile, quasi nel nulla infinito delle possibilità. Squarci di bellezza. Smarrimenti. Si rifugia nei suoi adorati bassifondi. Scuro, ombroso.

Si contorce, si alza, geme, ha sempre gli occhi chiusi. Freme a ogni colpo di tosse. Non è che ce ne siano più del solito. Ma non ce la fa. In un momento difficile della sua improvvisazione, in un vuoto improvviso, un colpo di tosse lo fa trasalire. E si ferma.

Si ferma. L’improvvisazione si sgonfia, improvvisamente. Lui si gira nervoso verso il pubblico e mima con la mano un colpo di tosse. Non riesce a continuare. Deve alzarsi. Si tiene vicino al seggiolino, al pianoforte che è la sua ultima difesa. Guarda con malcelata irritazione e dice: ‘”I don’t speak italian. But, the world has changed. So we must change. You know what I mean, do you?”.

Cosa significa. Ognuno traduce a suo modo. Ma a tre metri si vedono bene l’espressione della faccia, la postura del corpo, delle mani, la voce. A tre metri si sentono l’insofferenza, l’intolleranza. Come osate fare rumori così rozzi e volgari, come fate a non trattenervi, IO sto suonando, dove credete di essere, non è perché siamo in Italia che ci si può comportare come per strada.

A Verona era stato anche più netto. No photo ripetuto sei volte. E poi se ne era andato senza bis. Ma là, davvero, il pubblico aveva esagerato. Qui, francamente, non credo. Non peggio di ogni altro concerto.

La sala si riempie di tensione. Chi si irrita contro di lui. Ma chi cazzo crede di essere. Chi si irrita con i tossitori. Chi non ha capito. Momenti di pura tensione.

Si risiede al piano. Attacca un pezzo rapido, dissonante, violento, una ‘toccata’ come una raffica di mitragliatrice. Difficilissimo, spigoloso. Si contorce come non mai. Ci ammazza tutti quanti di virtuosismo.

Applausi un po’ incerti.

Ma poi, qualcosa cambia. Va bene, come se dicesse, va bene. Cosa volete, cosa siete venuti a fare, a sentire la scimmia ammaestrata? Il fenomeno? Cosa volete, il Koln Konzert? A sentire le cose che avete sentito nei dischi, a sentire qualcosa che poi racconterete a casa, a inebriarvi di musica che riuscite a seguire? Va bene. Divertiamoci. Ok. Adesso vi faccio vedere io.

Attacca un blues. La gente capisce in un attimo. Dopo tre accordi vorrebbero già applaudire. Io non riesco a tenere fermi i piedi. E anche lui usa il sinistro per battere il tempo, mentre il destro usa pochissimo il pedale.

Un blues strepitoso, che nel giro di dieci minuti cambia il corso del concerto. Quando finisce, viene giù la sala. Basta questo. Ognuna delle 2700 persone che ci sono lì potrebbe andare a casa e dire: Ho sentito suonare Keith Jarrett. E’ stato fantastico.

Si risiede un’altra volta. Ok, adesso sentite me, e fate il favore di stare zitti. Io qui ci sto provando.

Ed è da qui che, secondo me, riprende il primo pezzo. Ma lo riprende meglio, più fluidamente, perché ha scaricato la tensione, perché il match lo ha già vinto lui.

E viene fuori un pezzo magnifico, rapsodico, Ravel Debussy Schonberg Prokofief , senza una precisa struttura armonica o ritmica o melodica, ogni nota sospesa sulle infinite possibilità della successiva, come il primo pezzo della Scala, o di Vienna, o di Colonia oppure di chissà.

Fine della prima parte. Ma il dramma è già avvenuto, e si è gia concluso. Quest’uomo suona CONTRO il pubblico. Il pianoforte è la sua arma. Le sue mani grondano musica come sangue. La sua giustificazione, il suo motivo per suonare è questo. La sua opposizione al mondo. Alla falsità alla superficialità alla maleducazione all’ipocrisia alla volgarità all’ordinarietà alla ripetizione.

Gli altri suonano, lui improvvisa. Gli altri compiacciono il pubblico, lui lo disprezza. Lui ha bisogno del pubblico per manifestare la sua totale differenza. Il suo genio. La sua solitudine. Ma anche per suonare. Per affrontare, ancora una volta, i suoi fantasmi.

Francesco nell’intervallo mi dice qualcosa di simile. Il concerto come una seduzione. Augusto, wagneriano di ferro, ci vede la lotta titanica e il superamento finale.

E il secondo tempo è già un altro tempo. Lui ha già vinto. Improvvisa, ma i pezzi sembrano come già sentiti. Pezzi di qualcosa che ha già suonato, che stanno da qualche parte della sua mostruosa memoria musicale.

Inizia ribattendo con insistenza una nota, e da qui parte con una specie di danza nordica, giocata nell’opposizione armonica di soli due accordi minori, mi sembra in un intervallo di quarta – ma dovrò verificare.

Poi, un’altra ‘toccata’, veloce, con cromatismi spigolosi, atonalismi, dissonante, una specie di sorella gemella più buona della simmetrica nella prima parte.

Il terzo pezzo della seconda parte inizia lento e solenne come un corale luterano. Accordi corposi, armonia assolutamente tonale, ricordi di Heartland, ma più calma, più grandiosa. Meraviglia, applausi che non finiscono.

E allora, via con un altro splendido blues. Senza fatica, senza sofferenza, adorazione totale e definitiva. Quando finisce, finisce in gloria. Qualcuno ha tossito? E chi se ne frega.

Concede due bis: But beautiful, Time on my hands, se ho capito bene.

Dopo il primo bis, a un ultimo applauso fuori tempo, sorride. Mai visto.

Non solo il tempo è nelle sue mani.

Stiamo lì, in prima fila, a spellarci le mani sperando in un altro Encore. Ma le luci si riaccendono. Concerto finito. Non riusciamo ad andare via. Qualcuno dei fans riesce ad entrare nel camerino a dirgli qualche frase, a sentirne qualcuna. A cercare di sentirsi un po’ più vicino.

Qualcuno ha già i biglietti per Barcellona, per Vienna, per San Francisco.

Non io.

Io tornerò a sentire i dischi, e a non capire niente di quello che succede nei Solo concerts.

Ero a tre metri. Adesso la distanza è tornata abissale.

Cerco di conservare qualche frammento, qualche impressione. La musica si infila nella memoria che comincia già a farla a pezzi.

Mi resta la sensazione di una bellezza che non saprei come definire meglio. Ma ecco, ecco, forse così.

Una bellezza feroce.

Angelo Ghidotti
9 novembre 2004

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