«No photo no photo no photo no photo»

Keith Jarrett Trio

Arena di Verona, 19 luglio 2004

 

Ha suonato in modo sublime. Mi ha spezzato il cuore, il cervello e la schiena. Ma quel «No photo no photo no photo no photo» non riesco a dimenticarmelo. E si è conficcato come una spina dentro una serata che avrei messo nella scatola d’oro dei miei ricordi, quelli da conservare intatti, lucidarli ogni tanto, e portarseli in paradiso.

C’erano 32 gradi sul cruscotto della mia Audi mentre a 180 all’ora suonava Butch & Butch. Verona era ancora lontana, ma io mi stavo avvicinando veloce. E tutta questa coda sul vialone che porta dritto all’Arena, che roba è? Alle otto di sera? Tutti a sentire Lui? Ma no, dai.

E invece, davanti al cancello c’è la folla. Devo dare metà ragione al tipo di Barcellona che dice che ai concerti da 80 euro gli appassionati da jazz club non ci sono, e c’è pieno di alta società che non capisce che non distingue uno Steinway da uno standard. Perché all’Arena ci sono le gradinate, e allora a 40 euro qualche duro e puro c’è.

Io, che è da anni che tento, al primo suo concerto mi prendo una poltronissima a 101 Euro. 85 biglietto, 10 prevendita, altri 6 segreteria. E visto da lì, il tipo di Barcellona ha ragione. Signore ingioiellate, tedeschi ignari, bambini trascinati per il collo, coppie supertirate. Sgnocche. Ci sono anche le sgnocche.

E i pop corn. Ditemi se devo sentire odore di pop corn a un concerto di Keith Jarrett. Pop corn e hot dog all’ingresso. Forse perchè è americano, avrà pensato qualcuno, allora facciamo come se giocasse l’NBA. Bravi.

Quando mi siedo in fila 11, vicino a un signore sui settanta, in stato comatoso, che non dà segni di vita, vestito come un turista tedesco e che mi invade anche un po’ il posto da 101 euro, quando mi siedo ci saranno 30 gradi. C’è ancora chiaro, la gente non smette di arrivare, l’odore di pop corn e l’attesa di vederlo mi si appiccicano addosso.

Faccio un salto in prima fila, un po’ per vedere meglio lo Steinway che stanno accordando, un po’ per vedere se riesco a incontrare i super ammanicati del sito che infatti sono lì, parlano un po’ italiano un po’ inglese e hanno anche delle magliette con su Keith Jarrett tour 2004. Hanno tutta la mia riconoscenza (per il sito) e la mia invidia (per la prima fila e l’incontro di persona con Jarrett la sera prima e la presenza al sound check eccetera).

Conto su di loro per sapere la lista dei pezzi suonati a fine serata.

Il trio entra alle nove e mezza in punto. Sul palco, i tre strumenti sotto una tettoia (allora se pioveva lo facevano lo stesso?) con luci gialle e rosse. C’è quasi buio. Decine di flash. Io che ho letto degli altri concerti, sono inquieto. Salutano a malapena, Keith volta subito le spalle al pubblico (ma è proprio magro e piccoletto, sarà a fatica 160) e si raccoglie sul piano e inizia.

Della musica cosa volete che vi racconti? Non ce la faccio. Questo omino che si alza, si inginocchia, si mette di sbieco, ondeggia, alza i gomiti, li abbassa, butta dentro la testa, si scuote, guarda Gary e Jack, smette appena, riparte, urla sottovoce, questo omino che suona e fra i suoi pensieri di note e le sue dita non c’è nemmeno un miliardesimo di resistenza, e la musica sembra che si generi da sola, va esattamente dove deve andare e ti aspetti che vada lì ma tu non saresti mai riuscito a farla andare lì, e con quella naturalezza, e con quella velocità, e con quella lancinante poesia.

Cosa volete che vi racconti della musica. Il pianista dentro di me soffre come un cane, il musicista si esalta, lo spettatore ha paura dei flash. Il tedesco vicino a me si volta di scatto perché un bambino dietro fa rumore con i pop corn: la vogliamo smettere o no, gli sibila. E quando uno entra in ritardo fa una smorfia di disgusto. Fantastico. Ma quale tedesco. Un vecchio appassionato di jazz che viene direttamente da Bill Evans, una passione infuocata che sento appena nelle vibrazioni dei suoi polsi sul mio bracciolo.

La musica continua, beatitudine e sofferenza incessante. E anche i flash. Sei pezzi (l’elenco dopo) e poi i tre fanno un inchino, si alzano e escono. La gente crede che sia tutto finito e applaude e fischia per cinque minuti, finchè uno dice al microfono venti minuti di intervallo. Poteva dirlo prima no? Ma forse è lo stesso dei popcorn. Brulicare di gente, telefonini sfoderati, messaggini agli amici ‘concerto bellissimo ci vediamo dopo pizzeria’. Commenti colti in prima fila. Sgnocche in (finto) visibilio.

Ma rientrano, e lui va al microfono. Vestito di nero, con gli occhiali, fissa le gradinate e dice, senza se e senza ma: no photographs no photographs no photographs no photographs no photographs no photographs no photographs otto volte di seguito, poi no video no video no video quattro. La gente sta in silenzio per qualche secondo, mentre si siede scatta un flash. Oddio adesso si alza penso. Invece riinizia. Mio dio, non smettere mai, c’è quel cielo qui sopra l’arena e un soffio di vento, e le luci basse e la musica si spande come un profumo, chiudo gli occhi per qualche secondo e vedo la musica che va avanti, si ritrae, si ferma un attimo, riparte, sento le erranze dell’armonia, sento i tocchi sulle corde del contrabbasso, le spazzole sui piatti, appena, non riesco, santo cielo, non riesco, non riesco, scorre tutto, fermati, ripeti, ti prego, o non finire mai, non finire mai, non finire mai.

Le nuvole si sono fermate, l’aria anche, il cielo anche. Tutto ascolta.

Un flash mi fa riaprire gli occhi. Ogni tanto la gente applaude, il finto tedesco freme. Non vuole perdere una nota. Il bambino dietro dorme.

Un altro flash.

Il pezzo finisce. Keith Jarrrett si alza, va al microfono. No photo, i said. The music is a flux, you don’t understand, it’s a question of respect, some guys are as computers, must be resetted, every times the same story. Qualcuno applaude timidamente alle sue parole. Dont’clap me, it’s common sense.

Scatta un flash. Lui guarda. Ok. Dice. Poi si gira e si allontana, con gli altri due.

La gente cerca di applaudire e fare rumore, ma niente. Nessun Encore. Più nessuna magia. Nessuna festa. Le luci si accendono. Sgomento. Finito? Finito.

Non scattano più flash. Sto seduto ancora un po’, poi mi arrendo. Mi alzo. Il bambino si è svegliato. Il vecchio è invecchiato. Il cielo e le nuvole e l’aria sono tornati normali. Pop corn. Bicchieri di plastica in terra scrocchiano. La gente si accalca all’uscita. La magia è finita. In un flash.

A 180 all’ora sulla mia Audi nella notte suona When I fall in love, il bis che ovunque ha suonato, ma non stasera. Chiudo gli occhi per qualche secondo. Chissà se li riaprirò.

 

Angelo Ghidotti
20 luglio 2004

 

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Jasmine

May 2010

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