Brussels October 9, 2009 – Francesco Ragni

Bruxelles, 9 Ottobre 2009 – Keith Jarrett – Piano Solo

Arrivo a Bruxelles solo un paio di ore prima del concerto. E’ quasi sera, il cielo e’ grigio e vagamente piovoso, come sempre in questa parte del continente. Mi incammino verso il teatro dando un occhiata distratta alle vetrine del centro: negozi di CD, libri, fumetti, modellismo, modernariato vario, strumenti musicali, ancora fumetti, cioccolateria, rivendite di birre trappiste. Sembra un paese di gente che non ha saputo decidere se diventare sofisticata e seriosa, come i francesi, oppure tosta ma spensierata, come gli olandesi, e nell’incertezza non e’ mai cresciuta.

La Henry Le Boeuf Zaal del Palaix des Beaux Arts e’ una sala grande e luminosa, di stampo abbastanza classico, con un enorme organo sullo sfondo, eppure non mi impressiona particolarmente. Le prime 15-20 file di poltrone hanno una pendenza molto limitata, per cui la visuale non e’ ottimale. Sono seduto in nona fila, all’altezza giusta per vedere bene entrambe le mani. La sala e’ piena. Si spengono le luci.

Il concerto inizia con un improvvisazione free, energica e convincente, priva di qualsiasi struttura armonica o melodica, ma al tempo stesso estremamente lineare e coerente al suo interno. Un ottimo inizio. Il secondo brano si apre su un ritmo piu’ lento, con dei voicings giocati sul registro medio che creano un bel senso di attesa. Lo sviluppo che segue e’ incerto e indefinibile, piu’ volte il percorso sembra andare in una certa direzione per poi invece prenderne un altra. E’ un pezzo che vorrei risentire con attenzione, forse la cosa piu’ originale dell’intero concerto. A questo punto, un po inaspettatamente, il concerto prende una piega piu’ prevedibile. Jarrett sempra meno ispirato: suona un paio di pezzi “di repertorio” (un blues, un americana) e chiude il primo set dopo soli 35 minuti.

Nel corso del lungo intervallo, mentre il pubblico belga si riversa al bar interno per bere birra e vino (tranne la coppia davanti a me, che passa l’intero intervallo a giocare al solitario sull’iPhone…) noi sembriamo smarriti e un po scontenti. C’e’ una leggera sensazione di deja-vu, finora non abbiamo avuto l’estasi, la meraviglia che da lui ci aspettiamo sempre. Ci si chiede se questo format del piano solo, la sequenza di brani brevi testimontiata da Radiance, non mostri un po la corda. Ci si chiede anche, a bassa voce e peraltro con pochissima convinzione, se non dovremmo, forse, andare a qualche concerto in meno, per essere sicuri di provare sempre la stessa meravigliosa sensazione provata in altre occasioni.

Il secondo set e’ decisamente piu’ interessante e coinvolgente, con due picchi: una bellissima ballad improvvisata su un tema di 4-5 note e poi il brano che chiude il set, giocato tutto sul registro basso, con un ritmo prepotente e coinvolgente. Seguono quattro bis: una altra ballad improvvisata, Old Man River, un blues, Time Is On My Hands (sospesa e iniziata nuovamente due volte, a causa di violenti colpi di tosse). Il pubblico (che verso la fine del concerto ha fatto di tutto per provare a irritare Jarrett, con starnuti, violenti colpi di tosse e persino un flash) lo applaude a lungo e gli tributa una sincera standing ovation.

Dopo il concerto Cloud ci invita nel backstage, Jarrett e’ in gran forma, cordialissimo. Io ho la pessima idea di dirgli che mi e’ piaciuto particolarmente l’ultimo pezzo del secondo set. Lui mi redarguisce (in modo semiserio) dicendo "ah, adesso fate i critici e mi dite cosa vi piace e cosa non vi piace!”. Forse dovreste fare una "dieta" e sentire meno concerti!" (sorrido, ma allora avevamo ragione…?). Poi ammette che ha dovuto adeguarsi al pianoforte, che era adatto solo per alcune cose e non per altre, dice che deve riascoltare la registrazione per valutare la musica di stasera, ma che comunque e’ soddifatto, e tutto sommato il pubblico non gli e’ dispiaciuto. Gli diciamo che abbiamo trovato il “coughing” insopportabile, lui sorride, dice che siamo diventati piu’ intollerabili di lui, e che forse la prossima volta dovremmo andare noi sul palco a cercare di spiegarlo al pubblico!

Usciamo contenti. All’uscita del teatro, la pioggia e’ torrenziale. Finiamo a cenare in una improbabile taverna greca dietro la Grand Place. Il cibo e’ da dimenticare ma la mia birra e’ fresca al punto giusto e a questo punto della serata va bene cosi’. Vado a letto chiedendomi se sara’ stato davvero un concerto “minore” (come lo definira’ Angelo dopo qualche giorno, senza peraltro esserci stato) oppure no.

La mattina dopo sono sull’Eurostar diretto a Londra e ascolto "Testament". E’ bellissimo, sublime. Di colpo mi rendo conto di quanto sia stato superficiale ieri. Come si fa a dare per scontata la smisurata creativita’ e maestria di Jarrett? Ogni sua nota vale oro, non importa se e’ la centesima Americana o il quarto blues della serata. Non e’ lecito assuefarsi al bello. Ieri sera c’e’ stata, ancora una volta, grandissima musica, e aveva ragione Jarrett a sbeffeggiare il nostro senso critico. Mi riprometto di arrivare al prossimo concerto con maggiore umilta’ e concentrazione. Solo adesso mi rendo conto di quanto mi dispiace non esserci a Berlino e Zurigo.

 

Francesco Ragni

2 Responses to “Brussels October 9, 2009 – Francesco Ragni”

  • mikkablues says:

    Buona sera Ragni: La musica di Jarrett è come le nuvole.Cambiano in continuazione forme ma , il vapore rimane sempre il loro immenso cuore. LE cellule di Jarrett sono note musicali. Grazie Ragni x il suo lavoro. Mikkablues.

  • Sergio Gamberini says:

    Beh, a Brussels ci siamo andati anche noi; io e mia moglie Alessandra, che ho cercato di “infettare” col morbo Jarrett. Oltre ad altri concerti in trio (l’ultimo quello a Umbria Jazz), ero riuscito mille anni fa (credo fosse il 1987) a vederlo in piano solo, proprio nella mia Bologna per di più. La mia speranza, finora non esaudita, è quella di sentirgli suonare ancora il primo brano del Koln Concert, roba da brivido, insomma.
    A Brussels, a onor del vero, si è sempre stati col fiato sospeso, col timore che i ripetuti colpi di tosse (molti voluti credendo forse fossero “simpatici”) facessero ripetere la troncatura netta del concerto. E invece si è arrivati addirittura a 4-5 bis. Insomma, un suo concerto in piano solo vale sempre un viaggio in aereo, la pioggia e tutto il resto.

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