Keith Jarrett: il paradiso in bianco e nero – Nicola Severino
(ovvero quello che avreste voluto sapere di Keith e non avete mai letto da nessuna parte!)
Una nuova visione di Jarrett. Quella sconosciuta dei suoi concerti live più storici, non editi in disco o cd, raccontati da chi Jarrett lo ha studia e lo colleziona da molti anni.
Ciò che mi sconvolge di più di questo artista è l’aver scoperto che quando aveva 20 anni e suonava con Charles Loyd, non era un pianista qualsiasi che poi si è evoluto, il jazzista in erba come scrisse Ian Carr, ma era già Keith Jarrett, con il suo stile, con le sue bizzarrie, con la sua “affilata” tecnica, come spesso si sente dire. E’ inutile andare alla ricerca di un momento in cui Keith non aveva il suo stile perchè ci stava lavorando: il suo stile è nato con lui!Chi vuole scoprire questo genio seguendo un percorso alla rovescia, ovvero dalle ultime pubblicazioni alle sue prime incisioni, si accorgerà che non c’è nulla di più vero in quanto ho appena affermato. Anzi, coloro che si lasciano facilmente impressionare dalle peripezie tecniche pianistiche, ci resteranno di stucco nel vedere nei vecchi filmati un Jarrett vulcanico la cui energia prende vita da un fuoco interiore che non si è mai spento durante la sua carriera.
L’unica cosa che è cambiata è il modo in cui spendere questa energia, oggi certamente più pacata ma non meno debole, con la quale Jarrett ricambia l’affetto di un pubblico sapientemente addestrato ai silenzi religiosi e contemplativi che caratterizzano l’atmosfera di ogni suo concerto. Una energia spesa quantisticamente, se si può usare un eufemismo scientifico, in pacchetti di gioia. Questi quanti di pura estasi musicale Jarrett li somministra oggi con una filosofia che incanta: il risultato delle sue meditazioni da Sufi.Dare, ma non troppo. La felicità si avverte solo se si conosce il dolore. Allo stesso modo un minuto di musica celestiale è facile che arrivi dopo un impasse in una fase creativa istantanea. Sembra una sciocchezza, eppure è quanto accade minuto per minuto nei concerti in solo di Keith ed anche con il Trio Standards. Ecco una differenza sostanziale tra il Jarrett che suonava con Lloyd e quello attuale (a parte l’età). Agli inizi della sua carriera si riscontra nei suoi interventi in solo e in gruppo tutta l’euforia e la potenza tecnica di cui era capace.
Nei concerti in solo attorno al 1969-70, non mancano performances al piano acustico, al piano elettrico, al sax soprano, alle percussioni e addirittura alla chitarra! Immaginate oggi Keith che in un suo concerto in solo cominci a dividersi tra questi strumenti alla scoperta di particolari sonorità timbriche e strane meditazioni musicali? Ecco l’evoluzione. La differenza tra prima ed ora è che egli ha acquisito una saggezza sempre maggiore nel saper dispensare il suo tesoro artistico. Un tesoro accumulato con decenni di studi su tutti i fronti musicali, artistici e filosofici.
Se analizzate gli assoli di Jarrett, diciamo a partire dai primi concerti del Trio Standards, noterete che egli ha imparato sempre più a stare sul sottilissimo filo che separa le fasi delle “troppe note” da quelle delle “troppo poche”. Anche se negli anni della piena maturità egli può definirsi essenzialmente un minimalista intellettuale. Il suo lavoro è totalmente simile a quello che fece John Coltrane: esplorare a fondo non solo le sonorità timbriche, ma ciò che era possibile costruire con l’armonia, anche su un solo accordo).Jarrett questa ricerca l’ha estesa negli standards esplorando a fondo le possibilità di ognuno e cercando le soluzioni minime più intelletualmente evolute e più vicine alla bellezza assoluta. L’organicità dei suoi assoli e la ricerca del sublime attraverso le cose semplici e poco tecniche sembrerebbe una delle sue mete preferite cui mi pare sia arrivato felicemente da parecchi anni. Si ascoltino e si confrontino a tal proposito gli assoli di Billie’s Bounce in “Still Live” e in “Tokyo ’96”. In entrambi Keith predilige la linea melodica, assolutamente cantabile, eppure carica di un’emotività blues che elettrizza chiunque non sia avverso alla musica. Sconvolgente la semplicità di ciò che suona, quando potrebbe sfoggiare tecniche mostruose.
Si potrebbero riassumere: il blues in due note. Nessuno come lui è capace di suonare solo il meglio di ciò che si possa suonare in un brano. E’ come se avesse il dono di fare la scelta migliore istantaneamente, mentre suona, tra le diverse possibilità. Oggi però, a causa della sua filosofia, ha aggiunto la possibilità di scegliere di ottenere il meglio con il minor numero di note possibili. Come detto è’ la sua classica vocazione di minimalista. E’ questo che fa la differenza con gli altri. E’ questo che pone Jarrett in un’ordine cosmico totalmente diverso dagli altri musicisti.Ricordo ancora di tanti musicisti professionisti la cui più alta aspirazione sarebbe quella di poter esprimersi con la fluidità del fraseggio di Jarrett e con la sua maestria nello scegliere le note migliori, le soluzioni armoniche più opportune punto per punto in ogni brano. Chi si trova ad analizzare i concerti del Trio, scopre che sia nelle improvvisazioni che nei passaggi armonici c’è come un disegno guidato da una mente superiore. Nessuna soluzione sembra essere migliore e più bella da quelle scelte da Jarrett (siamo forse davanti alla “voce di Dio” come nel caso di Mozart o Bach? Me lo sono chiesto più volte).
E tuttavia ad ogni nuova versione di un brano che si è già ascoltato, si rimane stupefatti dalle incredibili variazioni che egli apporta continuamente, concerto dopo concerto. E questo fatto soprattutto che mi ha spinto ad una ricerca esasperata di ogni suo concerto e che mi ha reso insopportabile accettare l’idea che la sua musica debba svanire nell’aria dei suoi concerti (come egli vuole, d’altronde). E’ per questo che da anni percorro tutte le strade che in qualche modo possano portarmi all’acquisizione di un nuovo concerto di Jarrett. Ed ora stia attento il lettore perchè ho da fargli una rivelazione incredibile.
Chi ha avuto modo di ascoltare uno o due CD pubblicati dalla ECM del Trio Standards, si metta l’anima in pace perchè non conosce assolutamente nulla di questo trio. Chi è un po’ più fissato ed ha avuto modo di ascoltare (meglio imparare a memoria) tutte le pubblicazioni della ECM del Trio Standards, può dire di aver conosciuto il Trio per una discreta percentuale, diciamo pure un buon 60 per cento. E il resto? Direte voi: “Perchè, c’è anche un resto?”. Certo che c’è. E’ risaputo che da anni le pubblicazioni di Keith Jarrett sono caratterizzate da due elementi principali
Il primo è che dall’inizio della sua collaborazione con la ECM, ogni concerto da pubblicare, e persino i singoli brani, sono scelti direttamente da Keith e Manfred Eicher in persona in totale libertà di pensiero e critica; il secondo deriva dal fatto che Keith (e sicuramente anche Eicher) ama pubblicare i suoi lavori dopo molto tempo e solo dopo averli riascoltati ed analizzati mille volte. Tutto questo lavoro di preparazione (forse sarebbe meglio dire di maturazione della scelta) giustifica i grandi ritardi con i quali sono pubblicati gran parte dei concerti di Jarrett (qualche esempio: Standards in Norway del 1989, At Blue Note, 1994, La Scala, 1997, Tokyo ’96, ecc.).
Come ho detto prima, la ECM pubblica solo quello che viene deciso da Jarrett ed Eicher e state tranquilli, si tratta certamente di ottimo materiale, ma anche di scelte “accademiche” che devono rispettare certi standards e certe regole. Quando ho sentito Tokyo ’96 appena qualche mese dopo (quindi con quasi due anni di anticipo!) la pubblicazione in video in esclusiva giapponese, ho subito pensato: “questo qui Jarrett lo pubblica!” e non solo perchè c’era il principe ed altre autorità in sala, ma perchè è uno di quei concerti dove dalla prima all’ultima nota tutto è perfetto! Il classico concerto dove non accade nulla di strano.
Infatti, così non è stato per il giorno dopo in cui ebbe luogo un’altro concerto. E la registrazione? Già, non ve ne siete accorti? Non vi pare, mentre ascoltate il CD, di avere il pianoforte di Jarrett proprio davanti a voi? Si vede che i tecnici giapponesi sono da tempo in gara con quelli tedeschi della ECM. Ma torniamo al concerto. Questa volta non è vero che è perfetto. C’è un trucco ma nessuno se n’è accorto (a parte Keith, Gary , Jeck , Manfred, i tecnici…ed io ovviamente). Purtroppo Gary – che io considero il miglior contrabbassista del mondo in assoluto – ha una certa età, e ogni tanto (ma proprio ogni tanto) perde qualche colpo.
Così accade – guardando il video giapponese, che all’inizio di Mona Lisa egli esegue il tema con una certa insicurezza, quasi come se non lo ricordasse bene. Ed anche se non commette errori vistosi, l’incertezza dell’esecuzione è più che evidente ed è bastata per far decidere a Jarrett di tagliare nel CD pubblicato dalla ECM (udite udite!) tutta l’introduzione. In sala di registrazione hanno fatto davvero un buon lavoro. Quando ascoltate Mona Lisa sul CD, sappiate che siete già quasi a metà del brano come fu suonato originariamente durante il concerto. I tecnici hanno sapientemente miscelato gli applausi della gente con l’ingresso del tema eseguito poi da Jarrett al pianoforte.Credo che una cosa del genere non era mai accaduta prima ed è assolutamente
contraria alla filosofia del pianista. Ma valeva la pena fare questo sacrificio, se si considera che, in ogni caso, di questo brano ne è venuto fuori un piccolo capolavoro. Chi ha ascoltato solo la produzione ECM di Jarrett si è perso delle “chicche” irripetibili. Qui mi limiterò a dire di qualche brano che mi ha particolarmente colpito, come il vorticoso Straight No Chaser del concerto di Montreaux del 12 luglio 1985. Il pezzo inizia con il tema dopo il quale, normalmente, dovrebbe cominciare il solo di Keith. Ma stavolta Keith e Gary, su tacito accordo, fregano Jack e dopo il tema lo lasciano improvvisamente solo (e che sia un’improvvisata non concordata premeditatamente si sente dalle gradevoli risate di Keith e Gary).
Ma tanto vale….e Jack sforna un’assolo che (appunto) solo lui ci può capire qualcosa! Si provi a “solfeggiare” il tempo base dall’inizio del motivo e si cerchi di tenerlo durante il solo di Jack! Ovviamente potranno riuscirci solo i veri addetti ai lavori. Dopo un interminabile carrellata di “riff” percussivi in cui il tempo è quasi “aleatorio”, entra improvviso un basso che prende in mano il gioco e lo trascina con sè. Un poderoso basso che fa quasi venir voglia di ballare. La ponderatezza con cui Keith comincia ad improvvisare è, secondo me, solo il risultato del premeditato intento “con poche note devo estrarre l’essenza del blues”.
Così, arriva subito un accordo stupefacente sulla terza battuta del primo giro. Un accordo tra quelli mai sentiti nel jazz “normale”. Poi il blues scorre liscio come l’olio, con frasi da manuale. Finchè Keith ricomincia il giro con una lunghissima scala fuori armonia a cui segue subito il basso che entra negli stessi accordi. Ciò che accade dopo è quasi inspiegabile. A parte l’estrema forzatura di Keith di portare il fraseggio ai limiti di ciò che consente il “modale”, c’è anche un misto di sostituzioni armoniche estreme che hanno poco a che fare col jazz tradizionale (credo). Io almeno non ho mai sentito nulla di simile da nessuno.E poi ci sono certe vertiginose scale che si riesce a “scandire” solo in parte. E come se non bastasse, Keith termina l’assolo richiamando il tema, e sotto quel tema una sequenza di straordinari accordi mette la firma al solo. “Questa versione di Straight No Chaesar, mi dice Mirko – un amico ed ottimo musicista anche lui in pasto al genio – Keith non l’avrebbe mai pubblicata proprio per il troppo pieno che contiene”. Ma una forza così vitale in un brano di jazz non si era più sentita dai tempi del John Coltrane quartet. Di eventi curiosi che accompagnano i concerti del 1985 e 1986 ce ne sono ed ognuno aiuta a conoscere sempre meglio il lavoro del Trio ed a spiegare come mai accadano certe cose.
Il peggio che possa capitare andando ad un concerto di Keith Jarrett è che questi, trovando un’organizzazione, strumenti e pubblico non rispondenti ai requisiti da lui richiesti, decida di annullare la serata o di andarsene nel bel mezzo di un assolo! E questo purtroppo è capitato qualche volta. In altre occasioni invece è accaduto qualcosa di simile, ma non così drastico. Il bello però è che anche in quelle circostanze siano successe delle cose mirabili. Ne racconto solo due. La prima è dovuta ad un concerto eccellente, Haag, il 12 luglio 1985 di cui riporto anche un breve commento generale. 100 minuti di concerto ai massimi livelli.
Molto ispirato fin dall’inizio, come sempre. Apre un’insolita I Didn’t Know What Time It Was, mai pubblicata sotto la ECM (che peccato!), durante la quale c’è un alt brusco. Keith individua qualcuno che sta registrando con la videocamera e interviene: “This is a music festival, no a film festival”! Batte quattro e il pezzo riprende dallo stesso punto, con la stessa intensità, addirittura con lo stesso filo improvvisativo…anzi, con lo stesso fraseggio come se ricordasse a memoria le note prima dell’alt. E’ come se uno all’improvviso alzasse la puntina del suo giradischi e dopo un po’ la riabbassasse per riprendere dallo stesso punto!
Keith è furioso e, nonostante segua con disciplina la logica del suo assolo, presto si riscontra la sua rabbia nei vertiginosi fraseggi che seguono. Alla fine il brano si trasforma in una delle solite performances improvvisative (Vamp), lunghissime, che caratterizzano i concerti del trio. Una “impro” in solo finale, nel suo stile, fa da ponte per una ballad da sogno, My Ship, che non credo sarà mai più suonata in modo così… jazz, profondo, col cuore, da nessuno in futuro. Ascoltando questo si sente l’anima nera del jazz, quello romantico, non freddo. Si ascolti anche come nelle prime note del tema si sente la stessa anima del “solo tribute”: è incredibile.
Keith che sfiora i tasti con le sue dita nervose, e davanti agli occhi si ha solo l’immagine dell’infinito, della creazione, del benessere, del bello: è un paradiso in bianco e nero. Si, questo pezzo è da innamoramento. Ho sentito altri pianisti suonare jazz, suonare difficile, fraseggiare. Solo qui ho sentito un piano che si trasforma in un tramonto: non è solo jazz, questa è poesia. God Bless The Child va avanti nel suo consueto modo, con picchi di estro di Keith. Segue So Tender, bellissimo, che anche non è stato pubblicato su CD in versione live, se non in video. Dopo una delle più belle versioni di Late Lament, ci si deve preparare a saltare alla stupenda Falling in Love With Love.
Mai suonata in questo modo dal trio. Elettrica, ritmica da capogiro, gustosissima. Fraseggi pianistici da manuale (scritto appositamente in live). Sentire per credere. Ah, dimenticavo: insieme ad una a dir poco entusiasmante qualità di registrazione.
E non si fa in tempo a riprendersi dall’eruzione precedente che il cuore deve lasciare il passo alle più profonde emozioni (l’emozione infinita) di una I Wish I Knew ancora una volta suonata…no, amata, vissuta, sofferta… Jarrett è un pianista “atomico”, non solo dal punto di vista esplosivo, ma anche, e soprattutto, per la sua capacità di esplorare fin nelle più intime particelle musicali la struttura del brano, i fraseggi, per trarne visceralmente i più reconditi sentimenti.E’ forse per questo che dopo suonato può lasciarsi dietro solo il vuoto, il nulla. Tutto quanto era da fare, vedere, sentire, è stato fatto. Da ciò nasce il grande senso di pieno, soddisfazione, appagamento di noi Jarrettiani, e la grande “fame” di percorrere nuovi sentieri seguendo il maestro. You & the Night & the Music è un altra versione vulcanica di questo standard, molto improvvisata. Ma Jarrett aveva già da tempo abituato il pubblico a quella sua vulcanicità, da quando suonava con C. Lloyd e persino dopo nei suoi concerti in solo. Una testimonianza di questa attività è data dal concerto per Piano Solo a Parigi (Apollo) il 24 luglio 1970.
Molto prima del Koln Concert quindi e prima ancora che lui stesso decidesse di perseguire la strada dei concerti in solo. Una performance durata circa due ore, iniziata con una fase sperimentale timbrica al piano elettrico con vibrato cui segue una pausa quasi rockeggiante con richiami allo stile di Jimy Hendrix; una stesura armonica giocosa di ritmiche contrappuntistiche introduce a quelli che sono i primi semi jarrettiani del Koln Concert per terminare con un nuovo episodio con vibrato al piano; l’influenza della musica pop si fa sentire in un tema stile Beatles cantato a voce da Jarrett e lo stesso brano lo eseguirà alla chitarra.
La seconda parte del concerto inizia di nuovo con una improvvisazione sperimentale con episodi sulle corde dello strumento, quindi passa al flauto e poi al pianoforte e persino allo steeldrum; ricomincia con il piano elettrico eseguendo una improvvisazione armonica ed uno standard; poi improvvisa una incredibile versione solistica della durata di 7′ 20 di Everithing I Love e chiude il concerto cantando (!) Rainbow. La seconda si ha durante il concerto di Montpellier del 26 luglio 1985. Jarrett trova un tasto del pianoforte che suona male! Lo evidenzia più volte nell’intro di Stella By Starlight suonandolo più forte e continuamente.
Dice qualcosa, ma continua e, dopo il primo brano, Keith va in escandescenza con il tasto che non suona bene e col pubblico cui non piace la piega che prende il concerto. Poi in qualche modo i problemi si risolvono (come annuncia lo speaker). Ma ormai il concerto è segnato e altri aneddoti si ritrovano nell’intro a The Song Is You e durante il brano. Un ultimo episodio sicuramente curioso è una capricciosa risposta di Keith al pubblico indisciplinato; si ha dopo Autumn Leaves, quando all’improvviso, invece di terminare il brano prende mano a un improvvisato rag-time, da solo, che ha dell’incredibile. E anche questa è arte! Per moltissimi appassionati il Koln Concert rappresenta l’emblema della produzione in solo di Jarrett.
E’ vero perchè quella sera successe davvero qualcosa di straordinario che è ben documentato nei vari articoli e libri dedicati all’artista. Ciò che non è sufficientemente documentato, invece, è che la stessa incredibile magia – tranne che per la forma fisica – accadde per il suo centesimo concerto per piano solo in Giappone. Personalmente non ho mai sentito parlare di Solo Tribute. Non è per caso che i critici non l’abbiano mai sentito? Eppure siamo davanti al più alto risultato artistico cui un pianista possa aspirare. Un concerto ineccepibile da ogni punto di vista. Perfetto in ogni sua nota, eppure improvvisato con la stessa filosofia che caratterizza i concerti in solo di Jarrett.
Il più alto tributo in solo che un pianista possa dare al repertorio degli strandards jazz. E’ vero che il concerto è stato pubblicato solo in Giappone nelle versioni laser-disc e video, ma chi voglia dire di Jarrett, assolutamente non può ignorare un simile monumento artistico. Quando per la prima volta scorrevano le immagini di questo concerto sul mio video, ero perfettamente consapevole di assistere alla creazione di una nuova pagina di storia della musica, e Keith ne aveva già scritte tante e tante ancora ne doveva scrivere! Commentare questo concerto è quasi impossibile, ci vorrebbe la solita sfilza di aggettivi e superlativi; l’unica cosa che posso fare è consigliare chiunque di procurarselo per trascorrere 90 minuti nel paradiso in bianco e nero.
Che io sappia, Jarrett non ha mai più tenuto un concerto per piano solo, suonando standards (se non nei bis). Questo fatto impreziosisce ulterioremente questo straordinario ed irripetibile concerto dalle atmosfere ovattate in cui gli standards sono il terreno fertile per giocose improvvisazioni e poetiche meditazioni melodiche. L’originalità con cui essi sono eseguiti pareggia l’estasi che accompagna l’artista in ogni momento del concerto. Lo stato di grazia permea ogni nota e l’ascoltatore recepisce un profondo messaggio di bellezza assoluta. Siamo di nuovo incappati nella voce di Dio? Se dopo dieci anni passati ad ascoltare esclusivamente Jarrett riesco ancora a scrivere queste cose, significa che dev’esserci davvero qualcosa in più in quest’uomo. E scoprirne sempre di nuove è ciò che mi rende più felice e costituisce la ragione delle mie ricerche.
Nicola Severino
Italiano
English