Standards Trio: l’arte magica dell’interpretazione – Riccardo Facchi
Con questo articolo, vogliamo in qualche modo celebrare e ripercorrere la carriera musicale di un gruppo che è ai vertici del panorama jazzistico internazionale da quasi vent’anni e che è ormai da considerare una delle formazioni storicamente più importanti della musica afroamericana. Cercheremo di farlo analizzando tutte le registrazioni ufficiali pubblicate (in CD e in video) in questo significativo periodo, che corrisponde anche ad un rilevante intervallo di tempo per l’evoluzione del moderno lessico jazzistico.
Ci occuperemo dunque di tutte quelle incisioni ufficiali che partendo da Standards, vol.1 (Gennaio 1983) arrivano sino al recente Whisper not (Luglio 1999), presentando un repertorio costituito appunto principalmente, od esclusivamente, da standards jazzistici. Si tratta di una produzione discografica vasta e di livello qualitativo elevatissimo, che non ha eguali se raffrontata alla produzione di qualsiasi altro jazzista della sua generazione. Jarrett arriva a proporre il progetto “Standards” in piena maturità artistica ed umana (38 anni), dopo molte esperienze totalmente diverse tra loro e da questa, rovesciando così l’usuale abitudine che porta ad affrontare discograficamente il repertorio delle grandi canzoni americane agli inizi di carriera, quando non sono ancora perfettamente delineati stile e personalità del musicista.
Come ho già avuto modo di dire nella mia precedente recensione di Standards, vol.2, Jarrett e il suo trio hanno avuto il grande merito, dopo la morte di Bill Evans, di riuscire a farsi carico di una pesantissima, ma anche stimolante, eredità artistica. Evans aveva lasciato, infatti, il trio e la sua musica ad un tal livello di approfondimento, perfezione formale ed estetica musicale da porre a tutti i pianisti grossi interrogativi sul come riuscire a dire qualcosa di nuovo e, in qualche modo, a superare l’approccio evansiano alla formazione. La scelta di Jarrett sui collaboratori cade, non a caso, su due grandi musicisti che erano stati protagonisti di splendidi trii evansiani degli anni ’60, con i quali aveva già prodotto un significativo precedente discografico (Tales of another del 1977) e aveva affinato una buona intesa: il bassista Gary Peacock e il batterista Jack DeJohnette.
Jarrett sembra spazzare ogni perplessità sulla riuscita artistica del progetto sin dal primo brano della memorabile seduta del Gennaio 1983, effettuata negli studi della ECM, che produsse, in magnifica sequenza, i due volumi degli Standards, oltre al qui non analizzato Changes. The meaning of the blues risulta, ancora oggi, oltre che un brillante inizio, un pezzo artisticamente molto convincente, che merita già un’approfondita analisi. Si tratta di una bellissima canzone costruita semplicemente sulla tonalità di Re minore, la cui melodia è incentrata proprio sulla tonica (Re), che Jarrett prende come punto di riferimento per lo sviluppo del brano e usa da naturale preludio.
Qui, egli compie un capolavoro di raffinatezza ed espressività, ad un certo punto, ripetendo la nota per ben nove volte di seguito sul pianoforte, riuscendo a distribuire nove valori diversi sullo stesso Re: una lezione, per tutti, di come si dovrebbe suonare il pianoforte nel jazz, priva di sterili tecnicismi e ricca di grande espressività. Il brano procede generando quell’effetto sospeso e, per così dire, quel ”respiro” tipico del miglior jazz. Si prosegue quindi con l’enunciazione completa del tema, con senso e rispetto della melodia originale, a dimostrazione dello studio approfondito che Jarrett ha sicuramente fatto in precedenza, o forse solo dovuti agli anni di naturale frequentazione e sedimentazione del repertorio. Segue un assolo superlativo ed ispirato, in cui sorprende la già perfetta intesa e la fresca “voglia” di suonare assieme del trio. Più in generale, la struttura del brano presenta uno schema, sfruttato spessissimo in seguito da Jarrett con buonissimi risultati, del tipo: preludio-tema-assoli-tema-coda. All the things you are è uno dei cavalli di battaglia su cui ogni buon jazzista si misura e Jarrett ne dà subito una versione straordinaria e travolgente, che non lascia dubbi sul suo talento di improvvisatore, anche in un contesto “obbligato” come lo standard. L’assolo qui contenuto è stato anche trascritto e fatto oggetto di analisi musicale e stupisce per la perfezione formale e la mirabile scelta melodica delle note nel complesso “giro”armonico del brano. Sembra di sentire un Bach moderno a velocità raddoppiata, eppure Jarrett suona assolutamente e inequivocabilmente in lessico jazzistico. Da sottolineare il fatto che il tema, alla ripresa, è suonato in maniera più melodica e fedele rispetto alla più ritmica esposizione iniziale.
Si prosegue con un eccellente It never entered my mind, un brano difficile da eseguire bene, che tutto sommato non vanta grandissime versioni pianistiche. Quella di Jarrett si segnala comunque tra le più riuscite, grazie, come sempre, al grandissimo e riconosciuto senso melodico del pianista. Di qualità, a mio avviso, inferiore, sotto il profilo puramente jazzistico, sono invece i due brani successivi, dove comunque si segnala una travolgente e tipicamente “jarrettiana” interpretazione di God bless the child, che sembra temporaneamente riportare il pianista agli antichi amori pop fine anni ’60-inizio’70, ma anche ad una certa prolissità esecutiva, in genere non idonea all’approccio delle schematiche strutture delle canzoni.
Di Standards vol.2 abbiamo già parlato approfonditamente nella recensione cui rimando. Un disco tra i migliori sotto il profilo della riuscita complessiva e dell’equilibrio formale. Qui Jarrett comincia ad introdurre, tra i “classici”, suoi brani già comunque noti, come So Tender, inciso per Airto Moreira nel disco Free del 1972 (tuttavia inizialmente non pubblicato), dalle caratteristiche strutturali comunque simili a quelle delle altre più note canzoni.
Segue, nel 1986, la prima pubblicazione “dal vivo” del trio, Standards live, in cui si segnalano: un’ispirata versione di Stella by starlight (magnifico il preludio), The wrong blues (che blues non è), un brano poco conosciuto di Alec Wilder, autore tra i preferiti di Jarrett, e una sentita versione di The old country. Tuttavia è nei brani più mossi che Jarrett e il trio sembrano eccellere jazzisticamente. Il suo personale fraseggio e la moderna concezione del trio emergono chiaramente in Falling in love with love e The way you look tonight. Infine una menzione speciale merita Too young to go steady che, oltre ad essere un omaggio al Coltrane melodico di Ballads (Impulse 1962), è forse il brano che contiene più spunti d’interesse. In particolare si segnala, oltre al superbo assolo di Jarrett, il primo originalissimo accompagnamento su ballad di DeJohnette, effettuato con le bacchette battute sui piatti, anziché con le solite spazzole sui tamburi: una vera innovazione e lezione per tutti i batteristi moderni. Da segnalare, nell’assolo di Jarrett, l’approccio molto ritmico alla melodia, con marcata attenzione per l’accentazione delle note e il loro valore ritmico, una lezione che si può far felicemente risalire all’approccio trombettistico “armstronghiano”. Curiosamente Jarrett, poco oltre la metà dell’assolo, fa una riuscitissima citazione del brano successivo nella sequenza del concerto (The way you look tonight), di cui si compiace esplicitamente.
Di Still live abbiamo già abbondantemente parlato nella recensione, al cui contributo anche qui rimando. Sottolineo soltanto che si tratta di una delle incisioni “live” più riuscite del trio.
Nell’autunno dello stesso anno, Jarrett si esibisce a Tokyo in un concerto pubblicato in video sotto il titolo Standards II, purtroppo unico in nostro possesso, che fa seguito a Standard I dell’anno precedente, sempre registrato in Giappone. Si tratta di un magnifico concerto con repertorio di standards totalmente nuovo, con unica eccezione, utile ad un raffronto, per When i fall in love e You and the night and the music, già pubblicati su Still live.
Si inizia con You don’t know what love is, un brano che vanta già memorabili versioni (Rollins, Tristano, Benson le prime che vengono alla mente). Jarrett colpisce di nuovo l’obbiettivo con personalità, interpretandolo magistralmente, nell’ambito del consolidato schema formale già citato in precedenza. Eccellono, tra l’altro, preludio e coda del brano che, come sempre, Jarrett utilizza come momenti di libera ed originale creazione. In generale si ha solo che l’imbarazzo della scelta in questo concerto. Dallo swing poderoso di With a song in my heart e Love letters, allo splendido approccio boppistico di Woody’n you; dall’intensità emotiva di Blame it on my youth e When i fall in love, all’approccio sorprendentemente gospel-soul di Georgia on my mind, sino alla profondità “davisiana” di All of you. Forse il brano meno ispirato, in un così alto livello qualitativo, è inaspettatamente proprio On green dolphin street. Da segnalare, in particolare, che in due brani,
Georgia on my mind e When i fall in love, Jarrett esegue delle appropriate e azzeccate “sostituzioni melodiche” nei temi, semplificando ed essenzializzandone il senso. Nel primo caso insiste su La anziché cadere sull’usuale Sol previsto nel tema originale, nel secondo “rivolta” la melodia alla ripresa del tema, dopo un magistrale e ispirato assolo di Peacock.
Il progetto Standards riprende discograficamente solo nel 1989 (forse anche per far “digerire” al pubblico l’enorme mole di lavoro sviluppato), con la pubblicazione di un doppio CD intitolato Tribute e registrato a Colonia. Ad onor del vero, tale lavoro è preceduto cronologicamente (di una settimana) da una pubblicazione postuma (1995), Standards in Norway, dal repertorio inevitabilmente analogo (All of you, Little girl blue, Just in time, I hear a rhapsody) e che si presta, in qualche caso, ad un interessante raffronto. In particolare ciò avviene con All of you, in una interpretazione che, a distanza di tre anni, si è fatta più riflessiva, profonda armonicamente e meno ritmata di quella di Tokyo. In quella tedesca, invece, vi è un’inversione nell’ordine degli assoli tra basso e piano e un’atmosfera a metà strada tra le due concezioni precedenti. Si prosegue con Little girl blue, un’ottima versione, tuttavia superata da quella ancora più intensa e poetica della settimana successiva. Del concerto in Norvegia si segnalano ancora due brani “lenti” come Old Folks e Dedicated to you. Quest’ultimo non risultava più registrato da Jarrett dal lontano 1968 (Somewhere before). Può essere interessante effettuare un confronto sullo stesso materiale a così tanti anni di distanza. Sicuramente quest’ultima è una versione più personale, matura e soprattutto affrancata dall’approccio evansiano nello stile esecutivo.
Tribute è, per il resto, un concerto a tema, in cui Jarrett si riferisce nella sua interpretazione, per ogni standard prescelto, ad un grande interprete del passato. Spiccano in particolare quattro gioielli, tutti contenuti nel secondo dei due CD. Smoke gets in your eyes si fa notare per una stupenda coda, che da sola, vale più di tutto il resto del brano, di certo non trascurabile. Considero invece Ballad of the sad young men il brano più toccante in assoluto registrato dallo Standards Trio. Non ho dunque parole sufficienti per comunicare l’estasi di questo brano: occorre solo ascoltarlo.
La seconda versione di All the things you are, a distanza di sei anni dalla prima, merita invece un’analisi più approfondita. E’ sorprendente come Jarrett riesca a dare di questo brano un’altra interpretazione, per certi versi anche più riuscita della precedente, quando sembrava che quest’ultima fosse già in qualche modo definitiva. La forza del brano sta tutta nell’introduzione di un lungo e fantasmagorico preludio, di concezione prettamente “bachiana”, in cui Jarrett da fondo a tutta la sua sapienza musicale. Il pianista riesce a collegarlo perfettamente con l’enunciazione del tema, facendo esplodere il pubblico in un incontenibile applauso: un capolavoro. Infine, It’s easy to remember, un grande omaggio all’amato Coltrane e al suo modo dolce di affrontare la splendida melodia scritta da due tra i più grandi songwriters americani: Richard Rodgers e Lorenz Hart.
Le pubblicazioni negli anni ’90 dello Standards Trio che analizzeremo in sequenza sono: The Cure, Bye Bye Blackbird, At the Deer Head Inn, il mastodontico At the Blue Note, Tokyo ’96 e Whisper not, in tutto dodici CD. Si tratta esclusivamente di incisioni dal vivo, attentamente selezionate da Jarrett, tra le numerose esibizioni effettuate nelle varie tournee in giro per il mondo, insieme all’amico-produttore Manfred Eicher. La cura nella scelta qualitativa del materiale e l’attenta politica commerciale della ECM si notano soprattutto dal fatto che le registrazioni vengono pubblicate con considerevole ritardo, a scadenza media di circa un anno e mezzo dalla data di registrazione.
The Cure (1990) è il resoconto celebrativo di un bel concerto dato alla Town Hall di New York, in cui non si manifestano tuttavia sostanziali novità di lessico o approccio al materiale musicale, quasi ad indicare l’equilibrio e la perfezione ormai raggiunta dalla formula messa a punto. Tra i brani eseguiti eccellono: Bemsha swing e Woody’n you, di chiara estrazione boppistica, concepiti però come specie di brani a due voci, in cui la mano sinistra dialoga in più punti con la destra, emancipandosi dall’usuale funzione di accompagnamento; una coraggiosa versione di Body and soul, del tutto degna delle grandi interpretazioni di cui è ricca la discografia jazz (Coleman Hawkins in testa); un’emotivamente coinvolgente Blame it on my youth. Tuttavia, si erge su tutte una splendida versione dell’ellingtoniano Things ain’t what they used to be, un classico blues in cui il trio dà libero sfogo a creatività e voglia di divertimento in musica. Jarrett affronta il brano, come spesso usa fare con il blues, con un preludio dal sapore gospel-soul. Il solo di Jarrett qui è originale ed ispirato, anche se pienamente “in the tradition”. Da notare anche la maiuscola prova di DeJohnette. Del brano, Jarrett darà quattro anni dopo, altre due versioni di minor spessore espressivo al Blue Note di New York, che mostrano comunque, al confronto, la capacità del trio di non ripetersi mai. In The Cure, come anche col precedente Tribute, Jarrett comincia ad introdurre nei suoi concerti, brani di sua composizione, come quello che dà il titolo al CD, che sembrano però esulare, sul piano puramente estetico-formale, dal contesto degli standards e “brillare” per lungaggini e staticità armonica.
Bye Bye Blackbird, pubblicato solo nel ‘93, è un tardivo ma ispirato omaggio a Miles Davis, morto improvvisamente proprio nel Settembre 1991. In realtà l’incisione è successiva di nemmeno un mese alla sua morte e presenta notevoli spunti di interesse, oltre che piacevoli novità nel modo di suonare il piano. In particolare il brano che dà il titolo al disco, di cui è stata incisa anche una splendida coda proveniente evidentemente da una versione alternativa, è in realtà un omaggio al pianismo efficace ed asciutto di Red Garland, il noto pianista del primo Miles Davis Quintet ed indirettamente anche allo stimato capostipite stilistico: Ahmad Jamal. Jarrett sembra apprezzare ed assorbire perfettamente lo stile pianistico dei due grandi maestri, ottenendo così l’effetto di “alleggerire” il suo usuale approccio al pianoforte, dando una riuscitissima e swingante versione del brano. Della lezione rimarrà traccia anche in futuro, come dimostreranno diverse incisioni successive. Con l’esclusione di Butch and Butch del compositore-arrangiatore Oliver Nelson, il resto del materiale scelto è tutto inequivocabilmente legato a doppio filo con la figura del grande trombettista dell’Illinois. Struggente la versione di You won’t forget me, brano suonato da Davis in un’incisione della pianista Shirley Horn effettuata poco prima della sua morte.
Un capolavoro di ispirazione e sintesi musicale è invece la versione di I thought about you, una splendida ballad, in cui Jarrett sembra sintetizzare in un sol colpo l’approccio al brano di tre grandi interpreti, come lo stesso Davis, Stan Getz (morto anche lui quell’anno) e Billie Holiday. Infine si segnala un lungo e personale omaggio di Jarrett al trombettista, stranamente concepito in forma di lugubre marcia funebre, dal titolo For Miles.
At the Deer Head Inn (1992), presenta la curiosa e occasionale novità della sostituzione di DeJohnette con Motian, riproponendo, solo nominalmente, il famoso trio evansiano presentato in Trio ’64, con Jarrett nel ruolo di Evans. Tuttavia, trent’anni non sono passati invano per i musicisti e per la formula del trio e, in pratica, ogni paragone tende a diventare vano, oltre che fuorviante. In realtà il progetto non subisce sostanziali mutamenti, se non nella diversa interazione tra le personalità musicali, che può essere in particolare rilevata in brani già precedentemente incisi come Solar, Bye Bye Blackbird, You and the night and the music. Tre sono i brani che si distinguono particolarmente: Basin street blues, uno standard legato al jazz tradizionale, ma anche alla controversa versione di Miles Davis del ’63, contenuta in Seven steps to heaven, cui Jarrett fa riferimento e che rivaluta alla sua maniera; You don’t know what love is, che colpisce per la libertà e totale diversità interpretativa rispetto alla versione di Tokyo ‘86; infine, It’s easy to remember, in una splendida versione suonata poeticamente e “sottovoce” dal trio.
Il 1994 è l’anno della registrazione in sei CD dell’ingaggio in tre serate in uno dei più importanti Jazz Club di New York: il Blue Note. Dalla registrazione di quelle serate nasce At the blue Note, the complete recordings.Si tratta di una prova maiuscola ed enciclopedica, della durata complessiva di circa sette ore, in cui il Trio svaria brillantemente in un materiale vasto, composto di ballate, canzoni, classici del bop e originals, di vecchia e nuova composizione. La qualità media delle esecuzioni è elevata, tuttavia, qua e là il trio mostra cenni di inevitabile routine. E’ questo il caso, ad esempio, di Now’s the time, Straight no chaser, Oleo e How about you. In compenso, molti sono i brani da incorniciare e presenti in tutti i volumi in cui è divisa la registrazione, con particolare evidenza per il livello raggiunto tra il secondo set del sabato (vol. IV) e il primo della domenica (vol. V), dove spiccano, in particolare, una trascinante versione di I’ll close my eyes e un’ispirata Imagination, nell’uno, l’immortale My Romance e un virtuosistico You’d be so nice to come home to, nell’altro. Negli altri volumi si fanno preferire: il gershwiniano How long has this been going on e Lament, (vol.I), In the wee small hours of the morning, dal preludio meditativo (vol. II); nel volume III spiccano invece, Days of wine and roses e l’ennesima riuscitissima versione di When i fall in love (in totale quattro incise ufficialmente dal trio, tutte splendide e differenti tra loro!), infine For heaven’s sake, nel volume VI.
Tra gli originali spiccano belle versioni di Bop be, No lonely nights e Partners, mentre noiose e pretenziose sono, in definitiva, alcune “code” agli standards, come Muezzin e The fire whithin, oltre al lungo ed estenuante Desert sun. Questa è la parte di Jarrett che meno prediligiamo.
Il 1996 è l’ultimo anno di esibizioni di Jarrett prima della misteriosa “sindrome da affaticamento”, che lo costrinse ad assentarsi dalla scena jazzistica mondiale per più di due anni. Si tratta di un anno ancora ricco di fantastiche esibizioni dal vivo, come dimostrato da una memorabile performance estiva nell’ambito di Umbria Jazz ’96, cui abbiamo avuto modo di assistere, e soprattutto documentato dal significativo Tokyo ’96, pubblicato tuttavia nel ’98 in piena crisi psico-fisica, ma fortunatamente non discografica del pianista. Jarrett inizia qui a mostrare una particolare attenzione alla fedeltà melodica nell’esecuzione dei temi e una felice tendenza ad essenzializzarne il senso nelle sue improvvisazioni. Questa sarà una caratteristica, come vedremo, confermata nel successivo periodo di convalescenza (documentato dal solingo The melody at night with you) e di completa guarigione (1999). Il disco si caratterizza proprio per la presenza di significative riproposizioni di molti brani, già eseguiti in passato, sotto la nuova veste indicata. E’ questo il caso certo di Never let me go, My funny valentine e Autumn leaves, oltre a piacevoli novità come lo splendido Mona Lisa, legato all’indimenticabile voce di Nat King Cole. L’approccio più essenziale al piano viene, per altri versi, confermato anche nella perfezione formale di It could happen to you, un capolavoro interpretativo, sempre nel solco e nel ricordo dei già citati maestri del piano moderno, Red Garland e Ahmad Jamal. Tra i maestri del piano jazz moderno, Jarrett ci indica anche la sua personale preferenza per Bud Powell nel virtuosistico John’s Abbey, un brano che solo la sua maestria tecnica ed espressiva può permettere di rispolverare e rinvigorire.
Il recente e ultimo, Whisper not è invece la prima incisione ufficiale del “nuovo” Jarrett. Si tratta di un doppio CD ricavato dalla sua tournee estiva del 1999. Contrariamente alle aspettative, la registrazione ci presenta un Jarrett sorprendentemente “energetico”, alle prese principalmente con un estenuante repertorio boppistico. Spiccano in particolare il riuscitissimo Groovin’ high, Bouncing with Bud e Hallucinations, dove Jarrett meraviglia per la perfezione e l’attenzione con cui esegue i complicatissimi temi. Curioso e particolare il richiamo al pianismo pre-bop in un classico del “mainstream jazz” come Wrap your troubles in dreams. Riuscite le rivisitazioni degli ellingtoniani Prelude to a kiss e Chelsea bridge e del golsoniano Whisper not, mentre deludente è da considerare la poco sentita versione di ‘Round midnight. Da segnalare, infine, per la scelta ritmica e l’originalità interpretativa Poinciana. Il rigenerato Jarrett di fine millennio sembra dunque preludere sempre più ad un approccio “classico” al materiale tematico degli standard e alla tradizione jazzistica, riservando loro un trattamento rispettoso e degno, in qualche modo analogo a quello che normalmente si riserva all’interpretazione, ad esempio, di pagine mozartiane o bachiane in ambito accademico.
Riccardo Facchi
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