«I Love NY»
Carnegie Hall, Solo Piano
January 29th, 2009
Angelo Ghidotti

Imagine being in this situation. Così ha detto, a un certo punto. Dopo essersi risistemato bene sullo sgabello – aveva già suonato qualche pezzo – e essersi proteso sulla tastiera, è stato per un momento così, sospeso, esitante, in cerca di uno spunto, in cerca di capire dove avrebbe appoggiato le dita e cosa avrebbero iniziato a suonare. Una voce dalla platea ha gridato qualcosa, non ho capito, e lui si è voltato, con un sorriso, ha fatto sì con la testa, e ha detto: imagine being in this situation. E’ lì che mi si è mosso qualcosa. Una specie di serpentello, un dubbietto strisciante, che non mi ha più lasciato per tutta la serata.
Manhattan è gelida e scintillante, la mattina del 29 di gennaio 2009. La pioggia ha pulito tutto e tutto brilla – l’azzurro riflesso nei grattacieli, le vetrine della Quinta, il ghiaccio a specchio sui vialetti di Central Park. Seduto a un grande tavolo di legno a Le Pain Quotidian, baguettes croccanti, burro, marmellate e una tazzona di caffelatte bollente, guardo l’ingresso della Carnegie Hall. Dopo La Scala, il Chicago Symphony Center, l’Alten Opera di Francoforte, la Royal Festival Hall di Londra, l’Arena romana di Lione, la Carnegie Hall. Non è che suona nei localetti jazz, l’omino. Vuole un grancoda Steinway piazzato sul palcoscenico dei teatri più prestigiosi del mondo. Vuole suonare come i grandi concertisti classici. Silenzio religioso, pubblico di gran classe, centro del mondo possibilmente. E anche se New York è un po’ piegata dalla crisi economica –SALE in tutte le vetrine, 90% OFF, CLOSED, e i titoli dei giornali e le quotazioni del Nasdaq in Times Square tutte con il meno – alle otto della sera il teatro trabocca. Ci ritroviamo in una hall affollatissima, Gianluigi, Roberto, Luisa, Enzo, Beppe, i fedelissimi, qualche amico spagnolo, qualche neofita, Marco e Riccardo. Delusione perché non c’è nessun manifesto da sgraffignare dopo il concerto. Come al solito abbiamo qualche biglietto in più, ne vendiamo a fatica tre che ci sono rimasti a metà del prezzo, 40 dollari anzichè 90. Mentro entro al mio fianco c’è un tipo che mi sembra familiare, ma non riesco a ricordarmi chi è. Dove l’ho visto? Un altro concerto? Quasi quasi glielo chiedo. Poi di colpo lo riconosco, è l’agente speciale Lundy dell’ FBI in uno dei miei serial preferiti, Dexter. Nella finzione ama Chopin. E anche la sorella di Dexter, di vent’anni più giovane. David Carradine. Insomma, uno di quei cinquantenni che usano la musica raffinata per sedurre le ragazze inesperte. Haha. Quando mi siedo, terza fila, Ricky che è dietro un paio di posti mi fa segno alla sua destra. C’è seduto Richard Gere. Vicino a lui una trentenne. Mmm. A Manhattan è importante essere nel posto giusto, la sera. Stasera questo è il posto giusto.
Non ci è stato molte volte alla Carnegie, Jarrett. Tre. Nel 1980, per suonare The Celestial Hawk, un suo concerto per pianoforte e orchestra con la Syracuse Simphony, diretta da Chistopher Keene. E poi nel 2005, in un concerto in solo che è stato pubblicato da ECM. Doppio CD. Con almeno quattro o cinque pezzi memorabili, più i bis. E adesso, mentre l’attesa sale, e lui sta per entrare, mi chiedo dove siamo. Negli ultimi quattro anni l’ho sentito in solo diverse volte. Alcuni concerti sono stati magnifici – Chicago, La Scala. Gianluigi e Enzo mi hanno raccontato di un concerto splendido a Lucerna, che ho perso, e uno strabiliante a Tokyo l’anno scorso – pure. Altri un meno riusciti, come Venezia, Francoforte, Budapest. Magari un paio di pezzi ispirati, e poi la sensazione di una certa stanchezza. Molto spesso bizze per la tosse o i flash. Lui stesso ha detto che i concerti in solo sono diventati una fatica e non sa fino a quando continuerà a farli. Poi, due mesi fa, a Londra, un concerto commovente, per invenzione e intensità. L’uomo è così. E quindi fra gli applausi scroscianti entra, solite sneakers nere, camicia scura e gilet dorato. Guarda, ringrazia, gli piace essere lì, si vede. Per uno che è nato in una famiglia un po’ sfigata ad Allentown, in Pennsylvania, che ha conosciuto la vera povertà perché il papà se n’era andato, lasciando la mamma con qualche figlio e nemmeno un dollaro, che quando è venuto per la prima volta ad abitare a NY City a vent’anni non aveva nemmeno da mangiare – essere sul palco della Carnegie hall sold out e un pubblico adorante significa qualcosa. Che forse va al di là della musica. Perché gli è sempre piaciuto essere contro – e si sente un po’ un guru. Tant’è vero che invece di suonare, va al microfono – ultimamente lo fa spesso – e dice qualcosa sul dentro e sul fuori. “If art and creativity are allowed to slide off the edge, what is the point of ‘bolstering the economy’? Why would we want to bolster that?” Ha in mano la copertina del cd Changeless, e legge un pezzo preso da Hence, di Brad Leithauser:’ What can be said with certainty about the future is only that at some indescernible point of tchnological development in the past our society became a machine that vindicates itself as it goes along: one that is what it does, but only until it does something else, at which point it becomes a machine that does the new thing’. La società si tecnologizza, ma questo non porta da nessuna parte. Per fortuna ci sono l’arte, la spiritualità, la musica. Cita Thelonius Monk, ‘ how we wouldn’t need light if it weren’t darkness all the time’.Quando torna al al piano, lo guarda, lo tocca e dice: ‘Ecco, il piano non è cambiato negli ultimi due secoli’. E invita all’applauso.
E poi inizia. Sono ormai abituato ai suoi inizi. I suoi concerti in solo hanno una traiettoria quasi definita: inizia freddo, atonale, scuro. Cerca in varie direzioni, che ormai sono pezzi per lo più brevi, di ispirazione molto diversa. E poi, con i bis, finisce caldo, melodico, di solito trionfante. E infatti il primo pezzo è difficile. Dieci minuti. Astratto, a-melodico. Una cosa così: http://www.youtube.com/watch?v=YyR7zvxjDGo. Mi torna sempre in mente una sua frase ‘Quando improvviso, non so mai cosa suonare, ma so benissimo cosa devo evitare.’ Sa che deve evitare il lirismo, tutti quei meravigliosi inizi che hanno estasiato i suoi appassionati – dal Koln concert fino al Vienna concert, insonna dagli anni 70 fino all’inizio degli anni 90. E poi si ferma. Applausi, naturalmente. Ma nessuno riconosce il Jarrett che ama, quello sentito nei dischi più celebri, o nel trio. Tranne i pochi che lo hanno seguito sempre, come noi, che ormai sappiamo cosa aspettarci. Una volta iniziava, se non trovava subito l’ispirazione andava avanti lo stesso, 30, 40 minuti, e quasi sempre, a un certo punto, qualcosa succedeva. In un passaggio melodico, in un frammento, in un impulso ritmico trovava un’idea, e poi la sviluppava, e ci si perdeva. Quando ha cambiato modo di improvvisare? Da un concerto a Tokyo, nel 1987, pubblicato con il titolo Dark Intervals. Pezzi brevi, ognuno con una sua unità stilistica. Un blues, un’americana, un inno, un recitativo, un chissàcosa. Ogni tanto, come in nei concerti dei prim anni 2000, Osaka, Tokyo, il cd Radiance – un pezzo di lirismo jarrettiano, da brividi. Il Il VII della Carnegie Hall. Quelli che vanno a finire negli Ipod. http://www.youtube.com/watch?v=YM2cdtU2qTg&feature=related
Quello forse aspettiamo noi ora. Incerti se attendere qualche nuova rivelazione, una nuova strada o un ritorno a ciò che amiamo di più. E il secondo pezzo un po’ ci conforta. Lento, intenso, accordi da cui svetta ogni tanto un frammento di melodia. Cinque minuti bellissimi. Il terzo pezzo è ancora una sofferenza. Concitato, percussivo, nella parte bassa della tastiera, scuro. Il quarto è quello che mi lascia più perplesso. E’ un pezzo di effetto, una specie di ‘tremolo’, un arpeggio insistito e veloce con una esile melodia che si alza. Bello, ma è come un rifugio, perché un pezzo così c’è in Tokyo Solo, del 2002, l’ho già sentito alla Scala, due anni fa, a Chicago, e se allora mi era piaciuto adesso mi sembra precostruito – non mi viene un’ispirazione, allora suono qualcosa che ho già suonato. Una architettura musicale che ho già nelle dita. Cos’è, una pausa, nell’attesa che gli venga qualcosa di nuovo, un’esplorazione, una ripresa – una maniera? Soffro. Anche se, negli ultimi venti secondi una melodia a note ribattute mi dà i brividi. Gli applausi crescono. Prima di ricominciare c’è un piccolo siparietto. Non capisco bene cosa dice, ma fa una mossetta, si protende sul piano, e poi si gira, come se non sapesse cosa suonare. La gente ride. Poi attacca un blues. Un altro pezzo che va a memoria. Una volta iniziato procede quasi da solo. Altri 5 minuti. Altra sofferenza, anche se il blues non è male. Ancora una volta – troppo facile. Ma applausi applausi. Un blues è sempre un blues. Il sesto pezzo è di nuovo veloce, note ribattute, niente melodia, come è iniziato violentemente si richiude, in due minuti. E poi parla, dice: “People often ask me what’s easier: beginning or ending? They’re both hard. The hardest thing is improvise for 45 minutes and not lock yourself into a corner. If I had students, I would tell them to play music that doesn’t lock them into a corner. That’s hard to do, but sometimes you can redefine corner.” Musica che non finisca in un vicolo cieco. Quante volte abbiamo avuto la sensazione che fosse finito in un vicolo cieco? E invece, proprio da lì, ripartiva con uno spunto irresistibile? Ma forse adesso è diverso. Nell’inizio c’è già lo sviluppo e anche la fine. Mentre mi perdo in questi pensieri, lui torna a suonare. E proprio ora, proprio in questo pezzo – inizia con una serie di note, che poi diventano accordi, sul registro alto – dà l’impressione di non sapere già prima la forma, una struttura improvvisativa già organizzata prima di partire, ma che stia suonando proprio senza sapere dove andrà. E’ infatti questo è il pezzo più ispirato della prima parte.
Intervallo. Mi alzo un po’ stordito. Condividiamo le nostre impressioni e più o meno coincidono. La sensazione che forse è finito in un vicolo cieco. Che l’improvvisazione non sia più così libera e selvaggia, ma che ci sia dentro come il timore di arenarsi, e quindi sia un po’ precostruita, come se dovesse suonare per forza, e non per energia, per esplorazione. Così bello Londra, così faticoso oggi qui. Venti minuti di dubbi e sospensione. Poi, si spengono le luci e rientra. Il pezzo è sempre scuro, amelodico, e si infittisce sempre più, diventa una specie di cluster sonoro, finchè nel finale – nove minuti dopo – diventa talmente intricato e veloce che deve smettere di colpo. La gente appalude, ma forse più per il virtuosismo parossistico, credo. Più tranquillo il successivo, che inizia con una lenta sequenza di accordi, e poi swinga e si trasforma in un gran blues ricco e denso con un finale superbo. Quasi a cercare l’ovazione, aspetta che si plachino gli applausi, e dice che deve rifare meglio il finale, e con un pezzo di bravura ripete completamente le ultime battute, uguali, solo cambiando quelle finali. Viene giù il teatro. Un altro pezzo lento, disteso, lirico. Con una melodia più che mai jarrettiana, e discontinuità nel tessuto armonico. Grande. Grandi applausi. E poi si ferma, e non sa come andare avanti. E’ qui che dice: Imagine being in this situation. Sorride. La gente capisce e lo applaude. Ho suonato per sessant’anni, dice, e adesso non so cosa fare. Poi inizia un pezzo di sei sette minuti, note ribattute, modale, swingato qua e là. Un recitativo. Che di tanto in tanto si trasforma in folate velocissime di note. E così finisce, con un brandello di melodia sola con la mano destra, pianissimo, perduta, aperta come un punto interrogativo.
E qui il suo concerto, la sua fatica più grande finisce. Adesso inizia un’altra musica, inizia la parte in cui il pubblico vuole che lui suoni ancora, ancora, ancora. Adesso l’orecchio vuole la sua parte. Forse alcuni dei pezzi suonati prima entreranno in un disco, e allora forse entreranno nella memoria musicale. Forse si perderanno per sempre nel nulla. Ma gli encores, quelli sono un’altra storia. Anche perché lui inizia con Over the rainbow. Ed è irresistibile, anche se ho sentito mille volte il bis della Scala di quindici anni fa, e l’ho risentita nel Tokyo solo, e a Londra – ma ogni volta è diversa, un accordo sostituito, un ritardo, un cambiamento di ritmo. Se ha iniziato con Over the rainbow, vuol dire che stasera ha voglia di applausi. Che ha voglia di suonare, di musica, di affetto. Continua con Miss Otis regrets, un pezzo di Cole Porter del 34, che ho già sentito a Chicago. Miss Otis regrets she’s unable to lunch today, Madam. Miss Otis regrets she’s unable to lunch today. She is sorry to be delayed, But last evening down in Lover’s Lane she strayed. Madam. When she woke up and found, that her dream of love was gone. Madam. Miss Otis regrets she’s unable to lunch today. E fa tre con Caroline Shout, un fox trot di J. P. Johnson, che suona a una velocità siderale mandando in estasi la sala. Mai suonato prima, a memoria d’uomo.
Poi c’è un po’ di cabaret: rientra, si risiede, e dalla sala partono le richieste. Lui le ascolta, risponde, ‘Cosa dite di una ballad?’, poi sembra che cerchi qualcosa, accenna all’inizio di Rapsody in blue, la Quinta di beethoven. Scambio di battute con il pubblico, ilarità generale. Ancora la scenetta di non sapere cosa fare, dice’ Una volta suonavo il Rach 3, ma adesso non so …’ E attacca Where are you, un pezzo degli anni 50 di Harold Adamson, Jimmy McHugh, e poi ancora “Angel Eyes” di Matt Dennis e Earl Brent. Entrambi cavalli di battaglia di Frank Sinatra.
E anche se ci sono un paio di flash, che lui indica con il dito facendo no! no!, e io penso adesso smette – non smette. Perdona tutto, stasera, qui a New York City, casa sua. A questo punto, prima di suonare per la sesta volta, prende il microfono. E dice che stabilire un legame spirituale con un grande gruppo di persone è così difficile, ma che stasera questo è avvenuto. I really can’t thank you enough. Ancora una volta la Carnegie Hall ha fatto il miracolo. Si risiede. Improvvisa un blues. E’ la sua ultima fatica della serata. Standing ovation, appalusi, urla, piedi che battono per terra – ma ci sono stati 6 bis, record storico, e le luci si riaccendono. Steve, incontrato il giorno dopo a pranzo, mi dirà che aveva così voglia di suonare che, se lo staff della Carnegie non avesse dovuto chiudere il teatro, sarebbe andato avanti. Entriamo nel camerino. Aspettiamo dieci minuti, poi ci riceve. E’ tranquillo e disponibile. Il gruppo italiano ormai lo conosce, a volte è curioso di sentire cosa gli diciamo, a volte gli piace brutalizzarci un po’. Enzo gli dice che ha ammirato la sua onestà intellettuale, stasera. Lui replica, sì, credo di sì, credo di aver capito cosa volete dire. Beppe si avventura in un complimento: ‘A couple of beautiful pieces in the first set!’ e Jarrett replica: ‘Ah, you say? And the other ones?’ Beppe: ‘Oh, not very… don’t know, they weren’t convincing…’ ‘Ah, no? Maybe. Maybe you listen to more music than me, I just play!’ Beppe fulminato da un’occhiata si tace. Poi convenevoli. Grande concerto! Ok, thanks! Il mio 99esimo (dice Gianluigi)! Ak, ok, I really dont’ remember how many concerts I played, but 100, I mean, a good number! Si lascia stringere la mano, la destra. Ci saluta.
Usciamo nell’aria gelida di Manhattan, quasi mezzanotte. A cena a un paio di isolati dalla Carnegie parliamo un po’ del concerto. La domanda aleggia: ha ancora qualcosa di nuovo da dire in solo? O suona per contratto, per routine, per autocelebrazione? Lo amiamo troppo per essere obiettivi. E’ troppo bello inseguirlo per il mondo e arrovellarci. E poi, basta andare a sentire qualcun altro per averne subito immediata nostalgia. Perfino dei suoi tic, delle idiosincrasie, delle bizze. Anche se stasera aveva voglia di adorazione, qui, nella sua New York. ‘Mi trasferii a New York – ricordava in un’intervista a Down Beat – dove soffrii la fame per cinque mesi, seduto in casa a girarmi i pollici e suonando la batteria’. Era il 1964, aveva diciannove anni. Qualche anno dopo suonava con Miles Davis, ed entrava nella storia, per non uscirci più. Mettiamola così. Lui non può fare a meno di suonare. Noi non possiamo fare a meno di venirlo a sentire. Questa cosa, in fondo, si può chiamare: jazz.
Angelo Ghidotti
Italiano
English

Music, in presentation, is a type of sculpture. The air in the performance is sculpted into something.