Inside Out – Riccardo Facchi
Con questa nuova e ormai tradizionale uscita autunnale della casa discografica diretta da Manfred Eicher, tratta questa volta da concerti londinesi dell’estate 2000, Jarrett sembra voler inaugurare un nuovo capitolo evolutivo con lo Standard Trio, la formazione che ormai si può ritenere a pieno titolo la più continua e rappresentativa di tutta la sua carriera musicale. Alla non trascurabile età di 56 anni Jarrett manifesta un notevole potenziale creativo ancora da spendere, generando liberamente nuova musica, non più in solitudine, ma questa volta in compagnia degli inseparabili Gary Peacock e Jack DeJohnette, una formazione che, dopo quasi vent’anni di cooperazione, dimostra di aver raggiunto livelli di intesa ed empatia ormai simbiotici.
Vi sono diversi aspetti sorprendenti in questo disco. Innanzi tutto Jarrett non presentava un nuovo progetto musicale per il Trio, diverso dagli Standards, dall’ormai lontano Changless del 1987 e, non a caso, come allora, per l’occasione si è premurato di scrivere personalmente note di copertina, se non esplicative, perlomeno orientative del nuovo indirizzo musicale intrapreso. Una procedura che il pianista evita accuratamente e volutamente di seguire nella presentazione di tutte le uscite discografiche relative al materiale tematico più tradizionale degli Standards, preferendo solitamente lasciar parlare la musica stessa.
Il nuovo progetto si affranca tuttavia completamente, per concezione ed ispirazione, dalle tematiche sviluppate in quel disco, presentando musica totalmente diversa che, per certi versi, è immersa nel jazz e nella sua tradizione come raramente c’era capitato di ascoltare nel corso di tutta la sua lunga carriera. In particolare, tra l’altro, sorprende l’inaspettato recupero di un’estetica Free, che da tempo immemore non gli vedevamo proporre, dimostrando di non essersi per nulla cristallizzato nella “beata” classicità degli standards. La cosa pare del tutto evidente nel lungo brano “centrale” intitolato 341 Free Fade e, parzialmente, nel successivo Riot, (brani volutamente sfumati per la loro eccessiva lunghezza) che recuperano entrambi un approccio prossimo ad un Cecil Taylor e ad un Paul Bley anni ‘60, pianisti del resto sempre stimati ed apprezzati da Jarrett. Chi sostiene dunque che Jarrett non può essere più considerato un pianista di jazz, ma solamente un suo interprete colto e sapiente, con una visione “esterna“e un approccio non ortodosso al linguaggio afro-americano, è qui smentito in modo quasi imbarazzante. Raramente un suo disco si è rivelato così fedele alla tradizione come questo. Jarrett, infatti, sembra anche stavolta proporre una visione sintetica ed enciclopedica del piano jazz, da un punto di vista in questo caso di gruppo (il Trio), anziché puramente solistico, come storicamente gli è usuale proporre. Nello specifico, si tratta di un disco che fonde, oltre al noto enciclopedismo musicale, anche molte delle diverse esperienze originali da lui sviluppate nel corso della sua ormai più che trentennale carriera, con piacevoli riferimenti alla “antica” collaborazione in trio con Charlie Haden e Paul Motian. Ciò è evidente, in particolare, nei due primi brani, From the body e Inside out, a mio avviso i più riusciti del disco.
Nel primo, Jarrett sembra voler partire da quella specie di sorgente del jazz moderno che è il bebop, enunciando un tema originale, in verità, volutamente ricco di espliciti riferimenti al canone strutturale e ritmico peculiare di quel linguaggio, sviluppandolo inizialmente con una modalità appunto analoga a quella del suo primo Trio a cavallo tra anni ’60 e ’70, poi proseguendo con un approccio più free che sfocia in un finale minimalista.
Il secondo brano è invece diviso da Jarrett in due sezioni: la prima in una specie di ambito free-bop attualizzato, la seconda, splendida e tipicamente “jarrettiana”, basata su un preludio di stampo innodico che sfocia in un blues in Fa (più in the tradition di così non si può) in cui Jarrett esegue una superba improvvisazione che ci riporta indietro nel tempo, a quel finale di The Journey home (da My song) che personalmente considero una delle sue migliori improvvisazioni su blues.
Conclude il disco un’inevitabile e doverosa citazione agli standards con il solito gioiello interpretativo: When i fall in love. Si tratta, se non vado errato, della sua sesta incisione ufficiale: sei versioni, sei gioielli, tutti splendidamente differenti.
Riccardo Facchi
(INSD)
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