Radure. Un saggio di Alfredo Morganti
È disponibile nella sezione Approfondimenti un nuovo interessante saggio di estetica di Alfredo Morganti dedicato a Keith Jarrett, tratto dal portale filosofia.it. Buona lettura!
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- mbs -
Grazie per la replica Alfredo. Grandissima la tua definizione, ‘è uno che al nulla e all’abisso non le manda a dire’. Quanto è vero. Ieri sera ero a Berlino a sentire il suo concerto in solo, e ancora una volta abbiamo visto Jarrett alle prese con l’assoluto della creazione, con la suprema difficoltà, quella di inventare, a un certo punto ha cominciato un pezzo e poi ha detto ‘no, io non lo voglio suonare, questo’. No, non qualcosa di già fatto, di già inventato. Deve esserci la sofferenza. Dopo l’applauso del pubblico si è rimesso al piano, l’ha guardato, l’ha toccato, l’ha chiuso, riaperto, accarezzato, interrogato. Come a cercare un aiuto. E davanti al piano è stato qualche secondo aspettando qualcosa. ‘La gente crede che quello che faccio sia falice, perchè l’ho fatto tante volte. Beh, non lo è per niente.’
Lui potrebbe suonare un milione di cose – e infatti, quando qualcuno ha gridato ‘Feel like home’, ha buttato là un blues strepitoso. Ma non è quello che lui cerca. Lui cerca l’ignoto, il non fatto, il non ancora venuto alla luce. Potrebbe fare delle cose da far venire giù il teatro. E negli encores talvolta lo fa. Ma prima, deve passare nella sofferenza.
Nel primo pezzo del secondo tempo era là, ancora un volta, a tentare di suonare qualcosa di profondamente nuovo.
Nelle note di ‘testament’ scrive: ‘ Non è naturale sedere al piano, non portarsi nulla, pulire completamente la mente da idee musicali, e suonare qualcosa che sia del tutto nuovo e abbia valore duraturo.’
Intendevo dire (2a riga): «a rischio di “stramazzamento”», ovviamente… :-))
Mi sento quasi in obbligo di commentare a mia volta i commenti a “Radure”, che io per primo ritengo un testo molto denso e complicato (a rischio di “strapazzamento” ). In effetti, il mio scritto aveva due obiettivi. Da una parte, mostrare come la cosiddette “pause” jarrettiane siano in realtà sorgenti pure di creatività e “fasi” musicali dense di valore in sé. Dall’altra, ed era la parte più difficile, intendevo suggerire come la fonte vera della creatività non fosse la produzione, ma l’ascolto: non il gesto meccanico o tecnico del comporre, ma, ancor prima e fondamentalmente, una specie di disposizione personale, rabdomantica, verso la sonorità, per coglierla, catturarla, generandone infine un’opera. Jarrett, a mio parere, è uno dei pochi rimasti ad aver espresso e messo in opera questo pensiero forte musicale, con l’ansia animalesca (come dice bene Marco) di trasformare l’opera in una preda da ghermire, lavorandola rischiosamente sino allo sbocciare di un nuovo tema. Penso che ciò valga di più iper l Jarrett dei pezzi lunghi, ovviamente, non per quello che frammenta il brano, e con un certo mestiere lo chiude per non rischiare di finire in un angolo. In tali casi, sembra scomparire il “rischio”, appunto, e non si da più quell’affacciarsi sull’abisso. E la tensione estetica del brano ne risente.
Ovviamente, Jarrett non fa filosofia. È un musicista, e pare persino banale dirlo: tutto lo scritto è teso a ribadire il carattere musicale concreto (comprensivo di carne, vibrazione, gemiti, grida), non astratto, delle sue interpretazioni. Le sue pause sono musica, i suoi “ritorni” dalla radura sono musica, le idee che ne nascono sono idee musicali di forte impatto estetico, ecco perché affascinano e sono sublimi, come dice appunto Angelo. Ciò non impedisce che egli, anche solo indirettamente, produca pensiero musicale, contribuisca a delle riflessioni (anche modeste) come la mia. In effetti, Jarrett è più che un semplice interprete, così come taluni pensatori sono più che semplici pensatori. Egli è uno degli ultimi rappresentanti del pensiero forte musicale, uno che al nulla e all’abisso non la manda a dire, uno che il rischio lo affronta, altro che. Nessun minimalismo, nessun timore. Certi altri musicisti sembrano andarci più cauti, rischiare meno. Così facendo si limitano a esercitare un mestiere artistico onorevole, spesso eccelso, ma non toccano determinate vette di creatività e di sublime. Nemmeno si arrischiano ai confini della radura. Per lambire il “bello”, o quel che ne resta dopo il progressivo disgregarsi della nostra cultura, non basta sedere davanti a una tastiera e mettere in atto un’infinità di regole musicali o di variazioni tematiche. Quel che serve è tentare l’alchimia della musica, prestare ascolto alle vibrazioni delle radure creative, condurre la propria caccia con ferocia animalesca. Jarrett è uno dei vertici di tale ricerca.
Colgo la circostanza per ringraziare i ragazzi di keithjarrett.it per l’attenzione e per lo spazio concessomi, e i miei commentatori per le loro stimolanti riflessioni, a cui dovevo almeno un saluto e una breve risposta.
Alfredo Morganti
Bello, ma che fatica leggerlo. Il concetto è interessante, ma il testo è così grondante di autocompiacimento filosofico che a un certo punto stramazzi. Solo un paio di appunti. Il primo, è che anch’io posso mettermi a suonare il piano in pubblico e cercare di dare forma a un’idea, e quindi situarmi in quella specie di chiaro-scuro del senso, eccetera. Ma dopo un paio di minuti il pubblico salirebbe sul palco e mi sopprimerebbe. In Jarrett invece i momenti di ricerca dell’idea successiva sono essi stessi sublimi. E questo non è una questione di filosofia, ma di musica. Il secondo, che da Dark Intervals in poi queste fasi intermedie di ricerca di un’idea sono state in un certo senso eliminate. Quando l’ispirazione cala, Jarrett smette, e poi il pezzo successivo ha di solito un carattere del tutto diverso. Quindi, dai concerti con due-tre pezzi di quaranta minuti si è passati ai concerti con dieci-dodici pezzi da sei, sette, dieci minuti l’uno. E in un recente concerto in solo, a New York, lui l’ha anche detto, “People often ask me what’s easier: beginning or ending? They’re both hard. The hardest thing is improvise for 45 minutes and not lock yourself into a corner. If I had students, I would tell them to play music that doesn’t lock them into a corner. That’s hard to do, but sometimes you can redefine corner.”
Devo dire che, tutto sommato, io preferivo prima, quando stava alla tastiera quaranta minuti, e le ispirazioni e i generi si mescolavano, e quello che poteva nascere era spesso sensazionale. C’è un’altra cosa che lui dice spesso: ‘Quando improvviso, non so mai cosa suonare, ma so cosa devo evitare’. Questa consapevolezza crescente secondo me è il freno alla sua creatività più recente. Ma non per questo smettiamo di andarlo a sentire.
(per questioni di tempo non ho ancora letto la seconda parte.. rimedierò!)
concordo in tutto e per tutto con la prima metà del bel saggio di morganti.
le “pause” jarrettiane sono motore, dramma, metariflessività, vitalità, sono davvero uno dei cuori pulsanti della sua opera, ne rappresantano il Lavoro. anche i grugniti, i cantati strozzati, le esclamazioni di jarrett in qualche modo rappresentano un’indice di questo Lavoro.
andandolo a vedere dal vivo ho avuto l’impressione che uno degli usi che jarrett fa dei propri celebri gridolini è quello di rispondere alle stimolazioni dell’ambiente (colpi di tosse, sedie mosse..). forse per recuperare una concentrazione persa? oppure per far sì che la propria concentrazione sovrasti questi stimoli?
non saprei, probabilmente questo modo di agire è pure inconscio; eppure si ha la netta sensazione di trovarsi ad un animale ferito, che non ha però la minima intenzione di mollare una preda tanto sublime.
un’altra suggestione riguardo le pause… l’immagine che mi evocano in mente è quella -molto cattolica- del concetto di “libero arbitrio”: la pause di jarrett i momenti in cui tale concetto si manifesta in tutta la sua magnificenza, un sublime che contiene in sé piacere immenso e dramma dell’umano, troppo umano.
questo momento in qualche modo mi ricorda l’Ulisse della Commedia, quello che giunto dinnanzi alle porte d’Ercole si ferma un istante per rivolgersi ai propri sodali invitandoli a proseguire il viaggio verso l’ignoto.
ed è proprio quest’ignoto che jarrett indaga con la stessa ostinazione e curiosità bambina dell’eroe omerico.