The Köln Concert – Mirco Merlo
The Köln Concert merita, a mio avviso, un approfondimento particolare nella stesura di una discografia illustrata dedicata a Keith Jarrett. The Köln Concert non è solo un concerto per piano solo: è, a pieno merito, il concerto per piano solo più ascoltato degli ultimi venticinque anni. Incanta e stupisce l’ascoltatore nota dopo nota, scala dopo scala, pausa dopo pausa, gemito dopo gemito fino all’apoteosi con part IIc, il brano che chiude il concerto e che, sebbene sia saturo di sincopati mozzafiato, cambi di tempo (4/4, 5/4 e 2/4) e virtuosismi degni del migliore Jarrett, coinvolge l’ascoltatore con una cascata di note (dalla battuta 39 alla battuta 47 in modo particolare) che si quieta nella parte finale con alcune battute suonate quasi sottovoce.
The Köln Concert è registrato il 24 gennaio 1975, dopo una serie infinita d’avversità (non ultima l’indisposizione del pianista), che quasi ne compromette la registrazione. Jarrett non riesce, per quella serata, ad utilizzare uno Steinway decente, e deve ripiegare su uno dei due Bösendorfer che la città di Colonia gli mette a disposizione. Per ironia della sorte gli viene erroneamente assegnato quello non revisionato. Il suono che ne esce fa pensare più ad uno strumento da barrell house che non ad uno da concerto, quindi Jarrett, vista l’impossibilità di usare appieno tutte le ottave (solo quelle dei medi erano accettabili) è costretto ad usare la mano sinistra per suonare ritmi ripetitivi che meglio si adattino al suono del registro medio-basso.
Il concerto è diviso in quattro sezioni (part I, IIa, IIb, IIc), per un totale di un’ora e sei minuti di musica, dove il pezzo d’apertura occupa ben ventisei minuti, e tiene il pubblico con il fiato sospeso tra accordi complessi, lunghe pause, stomp (il battito deciso del piede per cadenzare il tempo di 1/70) e gli immancabili mugolii che rendono inconfondibile ogni interpretazione jarrettiana.
Il secondo pezzo, meglio di tutti, rende l’idea di come Jarrett abbia dovuto suonare a causa delle scarse qualità del pianoforte, con la mano sinistra sempre impegnata ad improvvisare ritmi ripetitivi e con la destra pure impegnata nella parte bassa della tastiera. Infatti, nella partitura del concerto in questa parte ci sono quasi otto pagine dove le chiavi sono entrambe di basso (quando solitamente le chiavi sono di basso per la mano sinistra e di violino per la mano destra).
Il terzo brano è suonato inizialmente nella tonalità di LA maggiore, e si può suddividere in tre momenti ben distinti con un inizio tranquillo dove la mano destra impronta un tema mentre la sinistra esegue un ritmo ripetitivo e incalzante.
Con un trillo ed un salto d’ottava, Jarrett esegue il secondo momento del brano, ricco di scale che si susseguono per alcuni minuti.
Nella terza parte (la più lunga) il pianista suona in maniera molto ripetitiva con un continuo cambio di tempo (6+3/16, 12+2/16 5/8, 6+2/8, 7/8, 9/8), abbandonando la tonalità iniziale per passare a quella di LAb che sarà usata sino alla fine, dove Jarrett esegue alcune scale sostenute solo da poche note basse.
Jarrett e il produttore dell’ECM Manfred Eicher, prima dell’inizio del concerto, quasi annullano la registrazione viste tutte le avversità che si erano susseguite, poi però ascoltano il nastro durante un viaggio e pensano che nonostante tutto si tratti di materiale musicalmente coerente. Eicher e l’ingegnere del suono Wieland lavorano tre giorni per migliorare, sebbene di poco, la qualità dell’incisione.
Il disco, che esce nello stesso 1975, è un successo tale da guadagnare il titolo di Record of the year nell’importante rivista Times e le sue vendite vanno a gonfie vele, tanto da registrare fino alla primavera del 1978 il record di 1.400.000 copie vendute (da notare che in quegli anni il CD diventa d’uso comune e senz’altro questo ne ha ulteriormente incrementato le vendite).
Mirco Merlo
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